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Mia
madre si chiamava Antonietta. Diplomata in pianoforte,
avrebbe voluto seguire la carriera concertistica. Le ero
molto legato perché tra noi c’era una grande affinità
spirituale. Così ne parlo nello scritto richiamato:
In
una serata simile, rammentò, sedotti dal primaverile
silenzio dell’ora, mentre facevano scorrere lentamente
lo sguardo sulla campagna assopita, sua madre, gli occhi
inteneriti dal ricordo, gli aveva accennato, sorridendo,
ai suoi capricci infantili.
«Accussì
facive pure tu!…Essa parlà donna
Maria ‘a dulciera!…T’
‘a ricuorde?… Nun t’ ’a può ricurdà… ire
troppo piccerillo… Ogni volta che ci recavamo dalla
nonna, arrivati all’altezza del suo negozio
t’impuntavi e nun nce steveno sante… allora la
finivi quando t’avevo comprato qualcosa. Donna
Maria, oltre al
caffè ed allo zucchero, vendeva bacchette di
liquirizia, caramelle, dolcetti, figurine di soldatini
da ritagliare e ati ‘nchiastarie pe’ guagliune».
In
quell'atmosfera di contemplazione, soffusa di tenerezza
infinita, le sue memorie fluivano seguendo l’andamento
della luce del tramonto che a poco a poco si smorzava
creando riflessi giallo oro sul suo volto pensoso. Nino
l’ascoltava senza interromperla, cercando di
richiamare dai recessi della mente quelle schegge di
passato. Ed ella, tormentando delicatamente la stoffa
della gonna con le dita, proseguiva nelle sue
rievocazioni con la sua voce mite, lo sguardo che errava
ora su di lui, ora sul paesaggio. |