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Gaetano Cuozzo

 


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Bisnonno materno Nonna materna  Nonno materno Nonno paterno
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La fotografia mi ha sempre affascinato per la sua capacità di poter imprigionare attimi di vita. Fra l’altro l’amore per essa l’ho un po’ nel sangue perché il fratello di mio aveva uno studio fotografico, tutt’ora operante, e il mio nonno materno ne era appassionato. Ho avuto la fortuna di venire in possesso di parecchie foto dei miei antenati di parte materna. Le due foto dei nonni materni sono quelle che si scambiarono quando si fidanzarono. Si legge su di esse la dedica che vi apposero.

I miei nonni erano ambedue appassionati di musica. Quello materno, che non ho conosciuto, suonava ad orecchio il pianoforte ed il violino; quello paterno il piano, la chitarra ed il mandolino e componeva canzoni. Ecco come lo descrivo in uno scritto che sto elaborando:

 

In piedi, in doppiopetto scuro, cappello di sbieco, una mano in tasca, l’altra che reggeva una sigaretta, il vecchio sembrava scrutarlo con espressione grave e sicura, quasi di sfida. Nino lo riconobbe. Egli ne portava il nome come ogni primogenito dei suoi cinque figli. Una tradizione imposta. E ingannata, perché fin dal giorno del battesimo tutti avevano preso a chiamarlo con il diminutivo del nome affibbiatogli.

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Nino rammentava abbastanza bene la figura vigorosa del nonno, che nei tranquilli pomeriggi d’estate, con una paglietta di sghembo sul capo come nell’effigie, bussava alla porta. E più d’ogni altra cosa ricordava come egli, dopo aver ascoltato, con pazienza, forse qualche pettegolezzo familiare o una lagnanza, quasi non resistendo ad un impulso interiore, non appena sua madre si allontanava per preparargli la rituale tazzulella ‘e cafè, si mettesse a pianoforte e si lasciasse trasportare dai suoni che ne ricavavano le dita robuste, ma agili. Il repertorio comprendeva invariabilmente Coimbra, un brano da lui composto.

«Eh!… chissà… Un amoretto di gioventù, forse?!…», commentava sornione sottovoce suo figlio Salvatore, ascoltandolo per l’ennesima volta. «Se tu l’avessi visto quando a casa tenevamo ‘a periodica [1]: era più eccitato di noi!… Ce steve a mamma e ‘na rossa che s’entusiasmava. Si sedeva vicino al piano e Don Gaetà, suonatemi questa e suonatemi quest’altro, passava tutta a serata vicino a isse. Mammà s’ingelosiva e sottovoce murmuriava Cocche vota ìe chesta a chella rossa malupina l’acconce pe’ feste… Suonava ad orecchio, ma suonava bene, con sentimento. P’o’ riconoscere tua madre ca scoccia tanto essa e ‘o diploma ca tene, è quanto dire». (continua)


[1] Un tempo così si denominavano i balletti che, generalmente la domenica, le famiglie organizzavano in casa.

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