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La
fotografia mi ha sempre affascinato per la sua capacità
di poter imprigionare attimi di vita. Fra l’altro
l’amore per essa l’ho un po’ nel sangue perché il
fratello di mio aveva uno studio fotografico, tutt’ora
operante, e il mio nonno materno ne era appassionato. Ho
avuto la fortuna di venire in possesso di parecchie foto
dei miei antenati di parte materna. Le due foto dei
nonni materni sono quelle che si scambiarono quando si
fidanzarono. Si legge su di esse la dedica che vi
apposero.
I
miei nonni erano ambedue appassionati di musica. Quello
materno, che non ho conosciuto, suonava ad orecchio il
pianoforte ed il violino; quello paterno il piano, la
chitarra ed il mandolino e componeva canzoni. Ecco come
lo descrivo in uno scritto che sto elaborando:
In
piedi, in doppiopetto scuro, cappello di sbieco, una
mano in tasca, l’altra che reggeva una sigaretta, il
vecchio sembrava scrutarlo con espressione grave e
sicura, quasi di sfida. Nino lo riconobbe. Egli ne
portava il nome come ogni primogenito dei suoi cinque
figli. Una tradizione imposta. E ingannata, perché fin
dal giorno del battesimo tutti avevano preso a chiamarlo
con il diminutivo del nome affibbiatogli.
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Nino
rammentava abbastanza bene la figura vigorosa del nonno,
che nei tranquilli pomeriggi d’estate, con una
paglietta di sghembo sul capo come nell’effigie,
bussava alla porta. E più d’ogni altra cosa ricordava
come egli, dopo aver ascoltato, con pazienza, forse
qualche pettegolezzo familiare o una lagnanza, quasi non
resistendo ad un impulso interiore, non appena sua madre
si allontanava per preparargli la rituale tazzulella ‘e cafè, si mettesse a pianoforte e si lasciasse
trasportare dai suoni che ne ricavavano le dita robuste,
ma agili. Il repertorio comprendeva invariabilmente Coimbra,
un brano da lui composto.
«Eh!…
chissà… Un amoretto di gioventù, forse?!…»,
commentava sornione sottovoce suo figlio Salvatore,
ascoltandolo per l’ennesima volta. «Se tu
l’avessi visto quando a casa tenevamo ‘a periodica
:
era più eccitato di noi!… Ce steve a mamma e ‘na
rossa che s’entusiasmava. Si sedeva vicino al piano e Don
Gaetà, suonatemi questa e suonatemi quest’altro,
passava tutta a serata vicino a isse. Mammà
s’ingelosiva e sottovoce murmuriava Cocche vota ìe chesta a chella rossa malupina l’acconce pe’ feste…
Suonava ad orecchio, ma suonava bene, con sentimento.
P’o’ riconoscere tua madre ca scoccia tanto essa e
‘o diploma ca tene, è quanto dire». (continua)
così si denominavano i che, le famiglie
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