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Benedetto Macaronio
l'unico che ha avuto il coraggio di dirmi cos'è la poesia

di Vera Ambra

Per alcuni è l’Autore de “Il cerchio quadrangolare” per altri il Poeta di Via del Podere Rosa per me è il “Maestro”. La Sicilia ha visto i suoi natali, ma Benedetto Macaronio è una creatura che appartiene al mondo degli uomini e all’universo della scrittura.
Benedetto Macaronio siciliano di nascita, ma romano d’adozione, scelse la sua dolcissima Roma, l’eterna città, per trasferirsi all’improvviso lasciandomi in eredità la passione per la poesia che in me, allora, era un tenero germoglio, ed oggi ancora una fragile pianta.
A Roma, in Via del Podere Rosa, c’è un luogo dove la sua poesia ha trovato casa.
Quando lo conobbi – sinceramente confesso – ho avuto una gran paura e molto timore a frequentarlo. Mi sembrava un uomo così così lontano e poi così tanto distaccato dal mondo ed io ero una piccola cosa che si domandava cosa fosse la poesia. Mi metteva soggezione il suo aspetto, dignitosamente solenne di uno Zar costretto a vivere in esilio, eppure egli stesso diventò presto quel mio caro e vecchio amico che cercavo da sempre e che amava raccontarmi le favole e parlarmi di poesia.
Tuttavia in quegli anni era difficile parlare di poesia, o forse erano gli anni in cui non se ne doveva parlare. Anni in cui era più facile trovare un tesoro che un “poeta”. Tutto era talmente difficile… come difficile furono quegli anche stessi in cui la poesia stessa mi prese per mano. Ci fu un episodio di Benedetto che riuscì a scuotermi per davvero. Un giorno egli mi raccontò, sempre con quel suo tono ironico e pacato, che appena ebbe riletto un suo lunghissimo lavoro (disse anche il numero esatto dei versi: s’aggiravano attorno ai 12 mila), che l\'aveva completato dopo circa 7 anni... appena ebbe finito lo brucò senza rimpianto!Aveva - disse sghignazzando con molta soddisfazione - consegnato il frutto del suo intelletto nelle braccia del fuoco e ciò che le fiamme ebbero bruciato erano solo «degli esercizi di scrittura». Da quando s’è trasferito a Roma, lo confesso, mi manca molto! Mi mancano i nostri pomeriggi trascorsi al bar sotto casa. Abitavamo a distanza di una cinquantina di metri. Mi mancano le nostre lunghe chiacchierate in quello stretto spazio dove il sig. Natale, proprietario del bar, ci somministrava le nostre quotidiane consumazioni: caffè lungo e macchiato e il solito “bicchierino”. Eppure tra la vetrina dei liquori e il banco del caffè ogni giorno tornava in vita un poeta. Ogni giorno, con lui, facevo la conoscenza di un luogo o di un personaggio. Ogni giorno s’apriva davanti agli occhi un universo ed egli mi trasportava con le ali della sua conoscenza… una esperienza che - a nostra insaputa - lasciò incompleta. Lui se ne andò, un bel giorno, ed io consumata e rapita dalla voglia dell’"apprendere” non potei fare di ricercare altri che, come me, avessero le stesse esigenze.
Il risultato di una lunga e faticosa iniziativa fu prima la idealizzazione e poi la realizzazione delle prime due collane: “La luna nel secchio” e “Ritratti indiscreti” in cui videro per la prima volta la luce nuovi autori, come me, emergenti. Il successo editoriale, auto-prodotto, ebbe il suo riconoscimento con l’ospitalità al primo salone del libro di Taranto e successivamente alcuni intraprendenti imprenditori perorarono il nostro progetto e le collane ebbero una prima ed una seconda paternità editoriale. Fu con grande orgoglio che presentai i miei “autori” nella sede di un’Associazione Culturale a Roma-Cinecittà e in quella occasione non feci a meno di rinunciare alla presenza del mio “Maestro”. Un grande successo, soprattutto di pubblico (non sapevo di contare così tanto a Roma). In quell’occasione Benedetto Macaronio non mi disse nulla. Gli lasciai in mano un bel malloppo di libri e tutta soddisfatta ritornai in Sicilia. Ebbene dopo qualche settimana, ancora immersa nel fulgore del successo romano, mi giunge una pesante busta. Lessi il mittente e con mano tremanti strappai il bordo alla lettera. Sono certa che il sismografo della vicina Etna in quel momento avrà sicuramente registrato gli effetti disastrosi di un boato molto sotterraneo.
Questa volta non era la bocca del vulcano che stava per sbuffare un nuovo rigurgito di lava… erano schiaffi d’inchiostro che Benedetto, senza nessuna dolcezza, consumava per bene sul mio viso ad ogni riga che leggevo. A dire il vero il mio orgoglio fu ferito profondamente; e superata la fase della serie “ma chi si crede di essere”, la mia ragione suggerì: «L’unico che ha avuto il coraggio di dirti che cos’è la poesia». Nessuno mai m’aveva scritto una lettera così lunga (oltre 200 pagine). Però quella lettera era tutta per me! Mai nessuno aveva impiegato, per me, così tanto tempo, ma è anche vero che mai nessuno mi aveva messo in mano gli strumenti adatti per capire cos’è la poesia e qual è il suo senso. Ma si trattava comunque di un documento prezioso, e perché tenerlo nel cassetto? Così ho chiesto il permesso a Benedetto di pubblicarlo.