|
NESSUNA
CORDA MANCA ALLA SUA LIRA
Si ha l’impressione, leggendo le poesie di Dorinda Di Prossimo, di trovarsi di fronte a un grande eclettismo formale, un vasto campionario di stili: echi mallarmeani,
fin-de-siècle, di poeti ermetici, sperimentali, intimisti, neoavanguardisti, transmentali; a una estesa gamma espressiva: dai modi popo-lareschi di filastrocche e canzonette al linguaggio metaforico di Lorca o Pasternak: tutto fa brodo, verrebbe da dire, non fosse per quel quid, in prima istanza inafferrabile e incono-scibile (mistero, del resto, d’ogni poeta) che resta in bocca ‘dopo’ la lettura. Mi limiterò dunque a chiosare i segni, i feno-meni più chiaramente indagabili di quel mistero, a cominciare dal lessico. Dove trovare una tale varietà di termini, da fare invidia, nelle nostre lettere, allo stesso Immaginifico?
Per curiosità ho estratto, dai testi in mio possesso, qualche migliaio fra verbi, sostantivi e aggettivi, li ho messi in ordine, ed ecco: le ricorrenze sono ben poche, soprattutto riferite a parti del corpo: mani, cuore, ginocchia; o del tempo: giorno, sera, anno; la maggior parte sono parole d’uso quotidiano, il resto spazia per ogni risvolto della lingua: dal lemma colto, desueto, alla voce dialettale, al probabile idiotismo:
afronitro, allindare, allisciare, cerasa, crinella, frisa, freddolina, gerbaio, ghizzare, inalbato, infula, monachine.
Preziosità (non preziosismo) che a volte non basta, e allora è posta mano al conio:
albato, bisfuso, disaccorto, fragoloso, fringuellare, friosa, icaria, immalinconica, indesideroso, infecondare, infrantumabile, orgelli, rettilàio, tamarinda
Alla ricchezza del lessico è abbinata un’ancor più ricca metodica, uno scaltrito mestiere nel comporre, con le più e meno colorite tessere, mosaici di gesti e immagini mai scontati, ricercatamente barocchi e al tempo stesso d’una sconcertante, compiuta semplicità:
“a coda ritta, miagola il sole”
“ci si rinfila il golfino della solitudine”
“e svesti il mare a gocce me lo doni / perché ti possa navigar nel sogno”
“il vicino mette terra nel vaso e s’asciuga con cicca di malinconia”
“impaglio un poco di cuore”
“i vecchi a fibbia d’ombra rannicchiati”
“le mie braccia una gita con cascata d’aurora”
“le ginocchia di peso al cuore”
“malata moltitudine d’ossa”
“m’allungo il seno per zampillar di te”
“m’arriccio disarmonica a ponente”
“metto in borsetta questo sole”
“mi scheggerò in stagioni d’usignolo”
“mentre ti passo accanto il vassoio colmo di saporite varietà di baci”
“qui mentre allatto la vena del tuo cuore”
“spingo le gote al vetro / ti sgocciolo in un supplizio che poco s’addice a questa finestra aperta”
“t’ho rubato ai ramarri dei vicoli furiosi”
“triste nell’uniforme d’un saluto”
Nessuna corda manca alla sua lira, nessun accento: ecco la delicata elegia d’un trasloco:
“Ho pianto dentro un cappottino accollato / Le amiche dei giochi al guinzaglio in cuore / Ferme le rivedo con la manina a bandiera”; la tenerezza di madre: “ti soffio zucchero di bacio filato / figlio dal cuore fiorito dico che / sei bucaneve tepalo iridescente”; il lamento sull’amato lontano: “Da poco sei solo andato via per fermarti ora nelle mie braccia” “t’amo / t’aspetto / ti benedico/tua” “muoio a capofitto muoio / No non perché / Tu sei lontano / Io mi spengo / Solo / Precipitando”; la frenesia erotica: “Fiordor è la brezza puttana del re / Di latte l’affoga serrandolo a sé” “Io ti risucchierò battendo il passo / d’un angelo dannato in molle sera”. “Furetto ghizzi a notte e lento limi / Intrugli osceno su di me supina”; la cognizione del sacro: “Qui nel corpo mio di panni sporchi / Dio ha lasciato il suo monco fiato / Così per non perdermi di vista / Quando le scarpe staranno”.
E ora, lettore, apri l’orecchio e la mente: davanti a te sta una Signora delle Parole, sorella di Saffo, di Emily, di Marina; ché se poi apri anche il cuore ascolta, e sentirai come batte, con gli stessi ritmi e aritmie di quelli, il cuore di Dorinda.
Fiornando
Gabbrielli
|