La lunghissima e inquieta vita di Mère, al secolo Mira Alfassa (Parigi 21-2-1878,
Pondicherry 17-11-1973), si presenta come un'ininterrotta sequela di avventure, sia umane
sia spirituali, che nel suo caso la condussero prima ad acquisire una totale padronanza
delle tecniche magiche e yogiche, poi a superarle entrambe per immergersi in una propria
ricerca del tutto rivoluzionaria.
Figlia di un'egiziana atea e comunista e di un banchiere
turco, Mira sposò diciannovenne il pittore Henri Morisset, un allievo di Moreau
attraverso il quale ebbe conobbe e frequentò importanti artisti dell'epoca, tra cui Rodin
e Cézanne.
Da Henri ebbe un figlio, che però affidò ben presto alla
cura delle cognate per dedicarsi a quello che stava diventando il suo interesse primario:
l'Occultismo.
Nel 1904 conobbe il magista Max Théon e per due anni visse
in Algeria con lui e con sua moglie Alma, medium con poteri eccezionali dalla quale Mira
apprese come gestire con rigore e metodo le proprie facoltà paranormali.
Separatasi da Morisset nel 1908, Mira si risposò due anni
dopo con il filosofo Paul Richard; e fu seguendo quest'ultimo in una campagna elettorale a
Pondicherry che la futura Mère conobbe, nel 1914, Sri Aurobindo, riconoscendo in lui
quell'indiano che tante volte l'aveva visitata in sogno.
Tornata in Europa a causa della guerra, si trasferì con il
marito in Giappone, dove restò fino al 1920 praticando a fondo lo Zen. Infine in
quell'anno, separatasi di nuovo, si stabilì a Pondicherry, dove nel '26 Aurobindo le
affidò la direzione dell'Ashram.
Dopo la morte di lui (1950) Mère continuò a lavorare
alacremente con i discepoli - che considerava una rappresentanza della resistenza della
specie alla trasformazione Supermentale - e tenne numerose "conversazioni" che
furono in seguito pubblicate.
Nel '58 si ritirò da qualsiasi attività fisica per
dedicarsi esclusivamente allo Yoga delle cellule, ma continuò a comunicare le sue
esperienze mediante registrazioni effettuate da Satprem, poi edite dallo stesso con il
titolo di Agenda.
Infine, nel 1963 Mère fondò nelle vicinanze di Pondicherry
Auroville, la "città del futuro", che oggi, dopo varie dispute immobiliari, è
stata nazionalizzata dal governo indiano e che Mère, nella Carta di fondazione, definiva
come "luogo di ricerche materiali e spirituali per dare un corpo vivente a una vera
umanità".
La vicenda umana di Mère si concluse nel 1973 quando, ormai
novantacinquenne, annunciò che si sarebbe ritirata in uno stato catalettico duraturo,
disponendo che non si procedesse alla sepoltura. Ma qualche mese dopo il cuore cessò di
battere e tre medici dichiararono Mère clinicamente morta. Il suo corpo è oggi sepolto
accanto a quello di Aurobindo.
Sembra che fra Mère e Aurobindo - che per primo la chiamò
con quel nome significante la potenza originaria della Femminilità - non siano intercorsi
rapporti di coppia, almeno come li intendiamo comunemente; ma insieme hanno certo
rappresentato una Dualità archetipica di carattere iniziatico, originando una delle più
affascinanti esplorazioni magiche conosciute: lo Yoga delle cellule.
Questa formula, che Mère poté sperimentare nel proprio
corpo più di chiunque altro, va tuttavia ascritta, come elaborazione teorica, ad
Aurobindo, il quale sosteneva appunto che l'umanità del nostro tempo sta per compiere un
salto evolutivo eccezionale e dalle conseguenze inimmaginabili, suscitato dalla discesa
sulla Terra di un'energia cosmica da lui definita Supermente.
Questo stadio della coscienza planetaria, che darà vita a un
nuovo tipo di donna e a un nuovo tipo di uomo, ha necessità, per manifestarsi pienamente,
di una base fisica diversa da quella attuale. Il nostro corpo infatti è eccessivamente
tamasico (inerte) e le sue componenti subatomiche tendono a quella stolida ripetitività
che costituisce il maggiore ostacolo a una reale trasformazione e la causa principale
della morte; mentre "la perfezione supermentale significa che il corpo diventa
cosciente, viene riempito di coscienza" (Lettere sullo Yoga, Arka, vol. IV, p. 291).
È proprio sul necessario risveglio di questa coscienza che
lavorò Mère negli ultimi 15 anni della sua vita, nel tentativo di stabilire un contatto
non più mediato con le componenti cellulari del proprio corpo: una sorta di discesa agli
Inferi nella quale non ebbe altri maestri che se stessa. "È davvero un camminare
alla cieca, senza niente", ripeteva spesso al proprio discepolo Satprem. "Senza
sapere niente, si cammina [...] Sto davvero aprendo una strada in una foresta vergine -
peggio che in una foresta vergine" (La nuova specie, Ubaldini, p. 126).
E confrontando il metodo suo e di Aurobindo con quelli
tradizionali ne evidenziava la profonda diversità: "tutti quelli che cercavano il
Nirvana lo cercavano abbandonando il corpo, mentre il nostro lavoro consiste nel fare in
modo che sia il corpo, la sostanza materiale, a fondersi. [...]
La meraviglia (per la coscienza comune è un miracolo) è
conservare la forma perdendo completamente l'ego [...] adesso è il corpo, direttamente,
ad avere il potere, senza interventi esterni. Non che una coscienza superiore si imponga
al corpo: ma è proprio il corpo a svegliarsi nelle proprie cellule; è una libertà delle
cellule" (La mente delle cellule, ed. Mediterranee, p. 24 e p. 92).
Questo audace sprofondarsi nel proprio sé è però, a causa
della sua stessa potenza rivoluzionaria, incomunicabile. Mère ne era consapevole e
lamentava di non trovare parole adeguate per esprimere ciò che si stava attuando nel suo
corpo, di non poter estendere la propria esperienza ad altri se non in forme verbali
puerili o approssimative. Come quando cercò di descrivere la visione che aveva avuto
della vera Materia, definendola "come un'unità, un'unità fatta di innumerevoli -
miliardi, capisci! - di innumerevoli punti coscienti di se stessi. Che però non ne è la
somma! Non è una somma: ma un'unità. Un'unità innumerevole" (La mente delle
cellule, Mediterranee, p. 43).
È nel corpo che va cercata la chiave, è nelle cellule che
può essere realizzata la salvezza. Le leggi di Natura vanno abbandonate per aderire a
quelle della Coscienza suprema. In tal modo la morte potrà essere annullata e la vita
diventare ininterrotta: "se solo le cellule del corpo potessero svegliarsi alla
capacità di cambiare con il cambiare della coscienza, la necessità di una dissoluzione
brutale non esisterebbe più e la morte non sarebbe più inevitabile" (Conversazioni
1929, Arka, p. 70).
È questo il grande scopo additato da Mère: che la Materia
ritrovi e incarni in sé la Coscienza divina, creando così la perfetta base fisica per
l'affermazione della realtà supermentale; ed è a questo che dedicò ogni energia,
trasformando il proprio corpo in un incredibile laboratorio sperimentale. E pur
contraddetta da altre sue posizioni, come l'ostilità verso il sesso e la volontà di
disciplinare il corpo, quest'aspirazione così tenacemente perseguita inserisce a pieno
diritto Mère nella vasta corrente New Age, di cui è stata senza dubbio un'originale
interprete.
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