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Le riflessioni di Giannandrea Poesio 
su un "danseur noble"
Anthony Dowell

 

 

 

Era il giugno del 1966. In una serata piovosa e temporalesca, il pubblico fiorentino dovette spostarsi dal Giardino di Boboli al Teatro Comunale, per ovvie ragioni atmosferiche.

D’altra parte in pochi avrebbero desiderato perdere l’occasione di assistere ad un avvenimento così strabiliante quale era quello in programma.

Si rappresentava Romeo e Giulietta di Prokofiev, interpreti Margot Fontaine, Rudolf Nureyev e il Royal Ballet.

Non è difficile immaginarsi, a ventiquattro anni di distanza, cosa fu l’atmosfera di quella sera.

E, se la coppia principale fece, come è ovvia, la parte del leone, non mancò allora chi seppe notare, in quella parata di stelle, un giovane danzatore nei panni di Benvolio.

Il giovinetto si chiamava Anthony Dowell e, di lì a pochi anni, sarebbe diventato una delle stelle di prima grandezza del balletto inglese.

Una stella per converso poco nota agli italiani perché particolare, così lontana da tanti altri modelli di danzatori-fenomeno, come Vassiliev, Baryschnikov o lo stesso Nureyev.

E tuttavia un personaggio da manuale, il cui modo di danzare non ha mancato mai di sconvolgere, in senso buono, le platee di tutto il mondo.

All’amatore come all’esperto, Dowell è sempre apparso, giustamente, come la quintessenza della danza "nobile" al maschile.

I suoi "legati", le sue linee esasperatamente lunghe e tenute, la sua profonda drammaticità d’interprete, così lontani dai pirotecnici virtuosismi strappapplausi, lo hanno sempre posto su di una piano di differenziazione, circoscrivendolo in un’aura speciale, per palati raffinati.

Ma chi ha avuto modo di vedere Dowell in azione, non può certo dimenticare la profonda emozione provata, i brividi di eccitazione, simili e pur diversi da quelli suscitati da un Corsaro o da un Don Chisciotte di qualche suo collega.

Anthony Dowell racchiude in sé tutto il meglio della grande lezione inglese.

Non a caso Frederick Ashton o Kenneth MacMillan lo hanno eletto a proprio interprete.

Ed è certo un peccato che allora nessuno abbia avuto l’idea di filmare The Dream, di Ashton, una delle più belle versioni coreografiche del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

Dowell, accanto ad una splendente Antoinette Sibley, con la quale avrebbe formato una delle coppie "magiche" della storia della danza, era Oberon, un Oberon favoloso, perfetta incarnazione di quell’essere sovrannaturale, potente eppure etereo, drammatico e nello stesso tempo leggero come solo il re delle fate e dei folletti può essere.

In una trasmissione televisiva inglese di qualche anno fa, si assisteva alle prove del passo a due centrale del balletto.

Nella prima parte, Ashton stesso eseguiva con amorosa cura Dowell e la Sibley, nella seconda era Dowell a seguire due giovani danzatori del Royal Ballet di oggi.

Difficile esprimere le sensazioni che quel filmato dava. Vedere Oberon che insegnava a se stesso, riportando le parole del grande maestro, la cui scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile nel balletto inglese, è stato uno spettacolo indimenticabile.

Soprattutto perché quel filmato è riuscito in pieno a sviscerare la personalità di un personaggio così notevole, mostrandocelo sotto una doppia luce, in un’analisi più che completa.

Come indimenticabile fu la prima apparizione del nostro nei panni di de Grieux in Manon di MacMillan. Chiunque possegga la videocassetta o abbia visto dal vivo capirà cosa si vuole dire.

I passaggi di emozioni che si leggono sul viso del ballerino trascendono la coreografia stessa e ce lo fanno vedere in tutta la sua grandezza d’interprete.

Il giovane studente travolto d’amore per la cortigiana diventa vero fino all’inverosimile, come vero è sempre stato il suo Sigfrido nel Lago o il suo splendido Desiré del La bella addormentata.

La sua nobiltà d’artista ne ha fatto poi un incomparabile Albrecht in Giselle o un perfetto Romeo e, su altri piani, è stato il tocco di maestria che arricchito balletti astratti o contemporanei, da Shadowplay a Enigma variations.

Chi scrive ha ancora impresse le immagini di una sera del 1976.

Era la prima rappresentazione di Un mese in campagna, di Ashton da Turgenyev.

Dowell era Beliaev, il giovane tutore di cui si innamora Natalia Petrovna, madre degli allievi di quello. Una dramma breve ma intenso, che sfocia in un addio colmo di languore. Dowell silenziosamente si portava dietro a Lynn Seymour e, non osando salutarla per l’ultima volta, si limitava a posare un bacio sui nastri cadenti del vestito di lei. In quel momento tutto il pubblico era partecipe e nella sala regnava quel magico silenzio che si ha solo di fronte all’arte con la "a" maiuscola.

Oggi Anthony Dowell a cinquantotto anni è a buon diritto il direttore del Royal Ballet, la compagnia che l’ha visto "étoile".

E ancora le sue apparizioni hanno del fenomenale.

Si guardi al suo Re nella creazione di MacMillan Il principe delle pagode. In quel vecchio, a metà fra Lear e Macbeth, rifulge tutta la lezione acquisita da Sigfrido, Oberon, Romeo e Desiré.

Intelligente, al contrario di tanti altri, egli ha saputo adattare la sua carriera alla sua età, lasciando certi ruoli a sempre più sporadiche ma preziose apparizioni.

Accanto a Sylvie Guillem è tornato ad essere per una sera sola Beliaev, perpetuando la magia di quel balletto del quale ci si chiede con angoscia chi possa essere in futuro un altro interprete. O ancora è apparso come Carabosse, il ruolo che fu di Cecchetti ne La bella Addormentata.

Ma al di là delle sue doti interpretative quello che ha sempre colpito è stata la sua tecnica, così stilisticamente pura da farne ottimo "dimostratore" per uno dei più noti testi di didattica coreutica. Poche volte "aplomb", "ballon", "en dehors" sono stati messi così bene in evidenza tanto in un testo che sulla scena. Per questo, e per tutto il resto, dobbiamo essere grati a questo "re" dei principi da balletto.

 

 

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