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Da I Vespri n.22 anno v- 05 Giugno 2010

VILLA SMERALDO
Alessandro Scardaci ha iniziato un processo di maturazione, di evoluzione della sua scelta narrativa. E i risultati si vedono.


di Angelo Mattone



Alessandro Scardaci, docente di fisica e matematica, è al suo secondo romanzo. “La regina dell’arcobaleno” per le edizioni Akkuaria è la sua prima opera, mentre “Villa Smeraldo” è il suo secondo appuntamento sempre per lo stesso editore. Il confronto tra le due opere (genn. 2008 genn. 2010) di per sé è illuminante per comprendere che la spontaneità, per alcuni versi l’ingenuità linguistica e semantica della prima opera raggiunge nella seconda livelli più alti di ritmo e di comunicazione.

È il caso di introdurre un concetto essenziale nella critica letteraria, ovvero non è fondamentale il soggetto, di un romanzo, quanto, piuttosto il ritmo, la capacità di avvincere il lettore, di ancorarlo alla pagina fino al momento in cui si sfiora la parola “fine”.
Orbene, se questo fosse il presupposto, ma questo è, la lingua, la scrittura, l’intreccio, sono ingredienti letterari che, mescolati insieme, determinano l’unica e vera schiavitù di un romanziere che è esclusivamente quella di piacere al proprio pubblico di lettori. Eugenio Montale, diversi anni fa, introducendo una tra le sue raccolte di poesie ebbe ad osservare che se, l’esigenza del poeta fosse quella di farsi capire non ci sarebbe poesia.

La narrativa non risponde a questa catalogazione, che come tutte le iperboli, tale rimane, divenendo tout-court aforisma, senza poter assurgere a regola della semantica e dell’ermeneutica.

Per porgere il concetto in estrema semplicità: una scrittura colta, ovvero raffinata e riproduttiva dei modelli classici, sia nel periodo che nella scelta terminologica, può essere applicata al genere narrativo come alla poesia.

La differenza tra i due generi è data unicamente dal significante che, in poesia può rimanere disgiunto dal significato, lasciando al lettore l’interpretazione, mentre nel romanzo il significante è obbligato a ricongiungersi al significato, lasciando alla capacità del romanziere la polivalenza del segno, tale da indurre nel lettore suggestioni che, travalicando la scrittura, creano ritmi musicali, immagini, sinestesie(odori/sapori). Ma questo discorso è già durato troppo in quanto specialistico e, purtroppo, poco considerato da autori che intraprendono la strada della scrittura, la quale può essere percorsa soltanto ad alcune ineliminabili condizioni. Beppe Servegnini, scrittore e giornalista di talento, scrivendo su “Il Corriere della Sera”, alla vigilia di un esame di maturità, ad una platea di giovani maturandi ebbe a dire, tra l’altro: “… il vostro compito è sedurre il lettore, chiunque sia. Comanda lui (o lei): vi può abbandonare in qualsiasi momento. Interessatelo, convincetelo, appassionatelo, sorprendetelo, divertitelo…

 

Scrivere non vuol dire sussurrare, alludere o mugugnare: vuol dire comunicare”.

Se, a quest’efficace raccomandazione di Severgnini, aggiungiamo, che nel caso dello scrittore la comunicazione non può essere chiara e semplice come quella che si richiede ad un giornalista, bensì complessa ed artisticamente significativa, avremmo l’episteme a cui dovrebbe attenere il romanziere.
Alessandro Scardaci, con “Villa Smeraldo”, ha iniziato un processo di maturazione. Di evoluzione della sua scelta narrativa che, con ogni evidenza, non sappiamo dove lo condurrà.

La sua scrittura immaginifica, per alcuni versi alchemica di “Villa Smeraldo” ci induce a credere che un prossimo possibile sbocco della vocazione di Scardaci possa essere la narrativa fiabistica. A causa dell’immobilità del protagonista Alberto, il quale, invece, a conclusione della storia alzando il braccio crea il movimento della scena; gesto emblematico del divenire narrativo. La trama di “villa Smeraldo”: Alberto conosce Dhara dalla quale ha un figlio, Ishan, il quale guida il padre alla ricerca di se stesso. Tra Catania, Roma e Parigi i luoghi fisici del romanzo muovono personaggi come Giacomo, Lucia, Cecilia, un travestito, Silvia, moglie di Alberto,un prete e così via. Il romanzo si svolge in un arco di tempo non definito, comunque fino al momento della costruzione e della inaugurazione di Villa Smeraldo, totem/simulacro di vita, passaggio del testimone tra tre generazioni Lucia, Alberto, Ishan.
La struttura della fiaba su cui Scardaci innesca elementi di crudo realismo è una formula valida, che, tuttavia necessita di bilanciamento e sedimentazione. Se dovessimo, in conclusione, scegliere un brano del romanzo come elemento fondante di comunicazione con il lettore sceglieremmo le pagine che descrivono la morte di Lucia, se, al contrario, dovessimo scartare una parte indicheremmo in alcuni eccessi surreali gli spigoli da limare. In conclusione un romanzo che vuole ritracciare nel caos della società post-moderna un filo rosso che riconduca l’uomo alla natura, alla tolleranza, al sogno di un mondo dove prevalga l’equilibrio rispetto al disordine.

 

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