Venezia non esiste
(cronaca anomala di un evento)
di Franco Zarpellon

Forse è strano imbattersi in una
cronaca (di un evento) curata dallo stesso autore del libro che nel
corso dell’evento è stato presentato, ma questa volta sarà così. In
realtà parlerò poco sia dell’evento, tenuto a Venezia martedì 29 aprile,
sia del tema principale (il libro), solo quel minimo che serve per
ringraziare coloro che erano presenti, di qua e di là del tavolo. Chi
invece vuole conoscere qualcosa in più su “Specchi di Carta, Riflessi di
Seta” può sempre curiosare nel sito di Akkuaria e nella descrizione di
altre e precedenti presentazioni, come quella tenuta a Mestre il 12
marzo (www.akkuaria.net/torremestre.htm).
Ma allora di cosa parla questo breve passaggio? Di alcune idee che mi
sono venute ascoltando gli interventi del pubblico su uno dei temi che
fanno di Venezia, Venezia, cioè la sua univocità (letto in modo
positivo), la sua diversità rispetto alla terraferma (letta in modo più
critico). Ne parliamo subito dopo, prima due parole di
contestualizzazione.
La sede è stata la prestigiosa Scuola dei Calegheri, in Campo San Tomà,
costruita nel sestiere di San Polo nella seconda metà del 1400. Chi sono
i Calegheri? Ma i calzolai, naturalmente. Oggi questo edificio è adibito
a biblioteca e sala riunioni della Municipalità di Venezia, che
naturalmente è stata promotrice dell’incontro. La formula adottata è
quella già seguita in precedenti occasioni - Talking, Reading e
Performance - tenendo come filo conduttore i racconti presenti nel
libro. La presentazione ha colto l’interesse dei presenti, ma il vero
meritato applauso va alle ragazze del Teatro in Folle (http://teatroinfolle.netsons.org/)
che hanno letto alcuni racconti e che hanno portato in scena uno di
questi “Fuori dallo schema”, con una trasposizione curata da Elena Griggio. Naturalmente non posso non ringraziare Luciano Menetto, per il
suo caldo saluto, e Andrea Martini, che ha sviluppato un commento
critico del libro stimolando la conversazione e la discussione.
Appassionante il coinvolgimento del pubblico sui temi toccati, portando
a paradigma fatti e situazioni che possono essere (ahimè) capitati
all’autore. Ma si sa, fa parte del gioco, ed è sempre stimolante il
confronto aperto e costruttivo.
C’è una frase in quarta di copertina che mi riguarda e dice “Nato nel
1957 a Venezia, nel sestiere di San Polo, Franco Zarpellon vive da
sempre nella città, o meglio nella sua espansione verso la terraferma:
Mestre.” Non sono infatti nato tanto lontano dalla Scuola, anche se a
Venezia “città storica” ho abitato veramente poco, e prima di compiere
due anni mi sono trasferito a Mestre, o come dicono i veneziani, al di
là del ponte.
Nel corso della presentazione più volte Andrea ha citato questi
avvenimenti, evidenziando che qualche racconto è ambientato a Mestre, ma
nessuno parla di Venezia (verrà il tempo, non temete, con Akkuaria
stiamo infatti per pubblicare un’antologia a più voci dedicata alla
città lagunare). Ma in sede veneziana, parlare troppo di Mestre può far
nascere strani solletichi, che si amplificano fino a far venire delle
pustole dialettiche che devono essere esternate. Il pretesto è stato la
sottolineatura quasi involontaria di quella breve frase della quarta di
copertina, a fronte della quale la reazione “Mestre non è l’espansione
di Venezia, ci divide un ponte; non si può confondere Venezia con
Mestre, con la terraferma.”
Credo che nessuno voglia confondere le due città (ancorché
caratterizzate dall’essere due Municipalità dello stesso comune) così
diverse dal punto di vista strutturale, storico, culturale, economico,
sociale (e alternando –ale ad –ico potrei andare avanti un bel po’).
Perché allora questa necessità di tenere le distanze dalla quota parte
di città posta in terraferma? Questa è la domanda che mi ha fatto
iniziare questa cronaca anomala e credo che la risposta sia: perché
Venezia non esiste! Concetto che si può, volendo, declinare in molti
modi (più o meno provocatori).
Venezia non esiste di per sé, ma esiste in quanto riflessa nella mente
dei veneziani e dei non veneziani (li distinguo perché qui parlerò
soprattutto dei primi, ancorché in senso allargato). L’altra sera sono
andato ad assistere (per inciso al Candiani di Mestre) ad uno stimolante
esercizio dialettico sottoforma di Rivista orale di filosofia arti e
scienze, dal titolo “Incontrare le cose”. Si potevano trarre molte
sintesi dai molteplici interventi di psicologia, filosofia, musicali,
scenografici e video. Una delle sintesi è che nell’eterna dicotomia (e
desiderio di supremazia) tra cose e non cose, ci stiamo muovendo nella
direzione di risolverla in favore di un terzo elemento intermedio, che
ci condiziona sempre più, la cosa animata, il media, il telefonino.
Allora ho continuato a declinare questo pensiero, contestualizzandolo a
Venezia. Una città, semplificando, è una cosa, ovvero un insieme di cose
(più o meno animate) che servono per far vivere (possibilmente bene)
delle cose (animate) quali i rappresentanti degli esseri umani (e non
solo). Ma può una città prendere il sopravvento e imporre la propria
personalità fino a condizionare l’essere umano nei suoi pensieri e
diventare il terzo elemento, paragonabile al media dell’esempio
precedente? Beh, sembra di sì, al punto che essere nati e vissuti a
Venezia può portare ad identificarsi a tal punto con la città da non
riconoscere e non riuscire a dare l’opportuna dignità anche a ciò che è
situato al di fuori della città. E si soffre così di “mal da torre
d’avorio”. Più di una volta ho sentito degli amici veneziani dire frasi
del tipo “vorrei partire e passare del tempo in un’altra città, ma non
me la sento di uscire da Venezia”.
Questo naturalmente per i veneziani che vivono, magari da sempre, a
Venezia. Poi ci sono i veneziani, che per qualche motivo da Venezia se
ne sono dovuti andare. Non distante, nella prima terraferma e qui vivono
e lavorano. Non hanno mai dimenticato Venezia (e come si potrebbe) e
vorrebbero tornare, ma per molti versi ricordano nei loro atteggiamenti
il comportamento della volpe con l’uva, e procrastinando il possibile
ritorno, col tempo mitigano, o peggio idealizzano, la forza del suo
influsso attrattivo.
Un diverso atteggiamento hanno i veneziani emigrati in terraferma, ma
che lavorano a Venezia. Per loro è forte la spinta a ritornare – “se
solo costasse meno vivere a Venezia” – e fanno del pendolarismo la loro
croce che devono portarsi sulle spalle.
Che dire poi dei veneziani che hanno scelto (o più spesso devono)
lavorare in terraferma? Per loro questo non è motivo sufficiente per
lasciare la città, che ogni sera al loro ritorno li accoglie con il suo
senso di protezione e familiarità. Ma non per questo non fanno pesare la
loro croce: come si fa a dover lavorare in un mondo di cui a fatica se
ne riconosce l’esistenza?
Se guardiamo (in modo empirico naturalmente) i flussi dei pendolari in
entrata e in uscita da Venezia, scopriamo che quelli del rientro nella
città lagunare di solito avvengono ad orari anticipati rispetto quelli
che da Venezia vanno verso la terraferma; volentieri ci si attarda a
farsi coccolare per calli e bacari veneziani.
Venezia è quindi una proiezione della nostra mente, e questo è
naturalmente solo un primo livello; potremmo poi declinarla in base
all’età, all’istruzione, alla tipologia di lavoro, alla sensibilità
artistica e culturale (nell’immaginario collocabile nella “città
storica”, ma in realtà spesso originante dalla terraferma) e così via.
Qualcuno poi surroga il bisogno di venezianità, raggiungendola in barca
e girando per i suoi canali per qualche ora. Perché no?
Se passassimo infine ai non veneziani vedremmo che Venezia è l’utopia
dell’univocità e in quanto tale più vicina al sogno che alla realtà. E i
sogni alle volte si fermano all’età in cui vengono fatti per la prima
volta.
Così Venezia assume sembianze diverse anche rispetto al tempo; non è
strano parlando di questa città con “i foresti” che nel loro
immaginario, venga collocata ai tempi di dogi, dei casanova, dei nobili
veneziani; come una fotografia tratta dai libri in carta patinata.
M’è capitato recentemente di conoscere anche qualcuno, di antiche
origini veneziane, ma fisicamente distante dalla città e dall’Italia,
che rispecchia invece la sua Venezia, a causa di un vissuto familiare,
ai tempi della Serenissima, ante Regno d’Italia.
Son talmente tante le visioni di Venezia che questa città non esiste
dunque, non di per sé; ma nella sua diversità/univocità, esiste solo
nella proiezione mentale di chi la vive e la sente sua.
E forse questo è il suo male.
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