“I
treni di Fernando”
di Augusto
Monachesi
Credo che sia
opportuno fare innanzitutto un inquadramento storico-letterario,
come sempre faccio quando mi appresto a relazionare su un libro.
Tutti i libri
di narrativa, a partire dal 1945, fanno parte dell’epoca
postmoderna. Uno studio filologico su tale libro mi ha consentito di
catalogarlo come romanzo a sfondo sociale che può essere a carattere
intimistico oppure un romanzo cosiddetto ambientale o di costume.
Questo è fuor di dubbio di carattere ambientale e contiene molti
elementi della corrente naturalista francese che ebbe origine nella
seconda metà dell’Ottocento, il cui capostipite fu Emile Zola. A
questo punto vale la pena di dire qualcosa su questo grande autore
che apportò una rivoluzione nella letteratura. Egli, dopo
un’infanzia e un’adolescenza trascorsa in ristrettezze economiche,
si accostò alla sfera degli scrittori e artisti francesi dopo aver
trovato un lavoro alla casa editrice Hachette come responsabile
dell’uff. pubblicità. Ebbe modo così di documentarsi sul positivismo
che allora era in voga e volle trasferire nel romanzo il criterio
positivista secondo cui l’ambiente, cioè il contesto in cui si vive
regola l’azione dell’uomo.
Scrisse 20
libri sulla stessa tematica “I Rougon-Macquart,
storia naturale
e sociale
di una famiglia sotto il Secondo
Impero” dove traccia la storia di una società dedita
al vizio, dimentica delle sofferenze degli umili. Le sue accuse al
perbenismo fecero breccia e da allora in poi, anche da noi si
affermò la tendenza a rivolgere lo sguardo alla gente comune per
cogliere il vero senso della vita.
Questo genere
di romanzo poi attinge il massimo rigore analitico e documentario
con Gustave Flaubert, nella cui opera si afferma quel canone tipico
del naturalismo che è detto dell'"impersonalità". La narrazione
impersonale insomma non prevede più il narratore che interviene
talora in prima persona a commentare le azioni dei protagonisti,
introducendo proprie riflessioni o rivolgendosi direttamente ai
lettori (come avviene, per esempio, nel modello manzoniano). Il
narratore naturalista infatti aspira a dare della realtà una
rappresentazione obiettiva, spassionata, "scientifica", attenendosi
il più possibile ai "fatti che parlano da sé". Inoltre mentre lo
scrittore romantico aveva dato voce a personaggi "eroici", di
eccezionale sensibilità e levatura, il romanziere naturalista fissa
la sua attenzione sulla realtà quotidiana, e spesso su quella
mediocre dei piccolo-borghesi, delle persone qualunque.
I principi del
Naturalismo furono enunciati da Emile Zola nel saggio Il Romanzo
Sperimentale del 1880: “l' opera letteraria deve essere uno
studio scientifico, una osservazione distaccata e obiettiva dei
fatti comportamentali finalizzata alla loro impersonale e minuta
descrizione.”
In sostanza,
scelto un argomento sulla base di fatti personalmente osservati, lo
scrittore collocherà i suoi personaggi all' interno di situazioni
diverse, sottoponendolo a una serie di prove al fine di studiare e
mostrare come agiscono sull' uomo i condizionamenti biologici e
ambientali. Nel libro “I treni di Fernando” il
caseggiato e le stazioni altro non sono che la rappresentazione di
un mondo piccolo borghese nel suo vivere quotidiano, quindi
riferibile agli abitanti di periferia e alle allegre brigate di
cortile.
Il libro,
quindi fa parte di quella letteratura vicina al modo di sentire
degli uomini comuni, alla quotidianità della condizione presente
della società per cui questo genere di romanzo consacra il mondo
umile a dignità letteraria. I personaggi sono collocati in un
contesto, accuratamente descritto e analizzato, che influenza e
condiziona le loro azioni.
Questo
romanzo, insomma, è un insieme di cronache sociali che non
presentano un eroe protagonista, ma un insieme di personaggi che
esprimono la mentalità degli ambienti cui appartengono.
In questo caso
Augusto rappresenta, attraverso gli individui (Fernando, Peppe,
Teresa, Betania, Lucio, Enea, Mariolina ecc.) le capacità
innovatrici della società borghese. Nella prima parte gli oggetti
sono pezzi di vita come gli occhiali da sole, le buste della spesa,
l’uso della lacca, ago e filo ecc., costituiscono il simbolo delle
donne borghesi. Erano infatti le donne a custodirli, ad avere con
essi un rapporto preferenziale, fatto di complicità e di amore.
Proprio il bisogno di rappresentare direttamente storie di vita
vissuta in prima persona, sia dagli scrittori sia dai lettori, fu
adottato un linguaggio tendenzialmente chiaro e comunicativo.
Nella
valutazione critica un romanzo si definisce di stampo naturalista
quando ha ben distinti alcuni elementi, per esempio:
1) I
soggetti devono essere reali e inseriti nel proprio contesto
ambientale;
“Fuori
dall’unica vetrina una targa di lamiera arrugginita indica “vini e
olii”. Un grande tappo di birra Peroni fa da insegna al locale.
L’interno è piccolo, pieno di fumo e odoroso di vino e di muffa. La
signora Ada serve da bere, mentre il marito, inginocchiato a terra,
sistema le bottiglie con la testa dentro al frigo.
La signora
Ada è una bella donna, troppo forse per un pubblico di vecchi
avvinazzati. E lo è anche per quel marito a cui pare abbiano mozzato
la testa.
Porta
avanti e indietro litri, mezzi litri e tristi quartini di vino
sfuso. Macina chilometri districandosi tra volgari avances e qualche
mano lunga dei suoi clienti. Ma non si lamenta la signora Ada,
perché quelli sono i suoi clienti. E perché comunque quel marito,
con la testa sempre infilata da qualche parte, non si accorge mai di
nulla. Lui non ha nulla da ridire.
Tutti i
pomeriggi un uomo si affaccia sullo schermo di fumo della porta con
aggrappato al braccio un bambino. Alla vista del bimbo Ada
s’illumina come se nel locale filtrasse un raggio di sole dopo
secoli di nebbia.
Quella
piccola creatura fragile e diafana è la luce dei suoi occhi. È il
sapone con cui lavare l’anima dal fango di quel buco. Ed ha proprio
le guance morbide e gli occhi grandi del bimbo che avrebbe voluto
tenere tra le braccia, baciare, accarezzare. Quel bimbo che non ha
avuto, forse per sua colpa o forse per colpa del marito, che per la
vergogna continua ad infilare la testa in qualche posto.
Così
riempie svelta un bicchiere di bianco e lo lascia lì, poi gira
attorno al muro altissimo del bancone e gli corre incontro.
Il bimbo
rimane fermo e si abbandona felice alla piena che avanza e che tra
poco lo travolgerà. È la piena dell’Ada, che protende verso di lui
le braccia carnose e tonde come tentacoli; che posa le mani fresche
sulle gote avvampate del bambino, senza spegnerne il fuoco; che
infine appoggia le labbra morbide e lo stordisce con lo scrocchio
sonoro di un bacio.
Il bambino
strizza gli occhi. Quando li riapre, già mezzo ubriaco e in preda ad
un’eccitazione crescente e incontrollata, scopre un panorama di seni
voluttuosi e inquieti che la scollatura del grembiule non riesce a
contenere. I seni danzano inseguendo la gioia della signora Ada. Si
rincorrono l’un l’altro sfregando. Il bambino, ne è certo, una
pentola piena d’oro giace lì giù, proprio in mezzo a quella valle.
Forse c’è
anche qualche parola, sicuramente un complimento, tra i sorrisi che
Ada regala al fanciullo. Ma se c’è lui non se ne accorge. E proprio
quando l’eccitazione diventa incontenibile, lei si ritira e ritorna
al suo lavoro.
Il corpo
del bimbo però continua a fremere, attraversato da capo a piedi da
un formicolio elettrico. Lui vorrebbe fare qualcosa, ma non sa se
per terminare o per prolungare quella sensazione, bella e brutta al
tempo stesso. Così, conteso tra due forze troppo prepotenti per la
sua innocenza, riesce solo a produrre impercettibili saltelli e
isterici gridolini.
Dentro di
sé c’è un fuoco che arde e il cuore martella forte nelle tempie. Da
fuori, invece, arriva un’eco di vociacce che biascicano oscenità
irripetibili.
L’uomo
appoggiato al bancone finisce il suo bicchiere, si volta, richiama
suo figlio ed esce.”
Poiché nel
libro viene evidenziata la vita di cortile, vorrei richiamare
l’attenzione su questo aspetto che oggi va scomparendo tenendo conto
dei tempi e dei ritmi della vita di città, ma che in alcune borgate,
ancora esiste.
Il cortile è
una microsocietà, è il luogo di incontro e di scambio che unisce le
case private alla strada, in cui possono entrare ospiti, venditori
ambulanti e questuanti, e tutti troveranno nel cortile qualcuno
disposto a dargli retta.
Il cortile è
il luogo in cui i bambini imparano l’affetto, il rispetto, la
convivenza, la mutua solidarietà. È il luogo in cui la famiglia si
allarga agli altri, li accoglie e viene accolta. È lo spazio della
condivisione dei discorsi, dei giochi e delle cose, che sono di
qualcuno ma mai in modo esclusivo e privato. È l’ambiente dove gli
anziani vivono assieme ai figli e ai nipoti, raccontando loro
vecchie storie, dove possono riposare quando ne hanno bisogno. È là
che si frequentano gli amici e se ne conoscono di nuovi.
2) Il
narratore è un osservatore dell’animo umano;
“Peppe
non ha potuto modificare i suoi impegni quotidiani. Non ha potere
sul rigido calendario condominiale, al quale lui stesso spesso si
richiama. L’atteggiamento e l’umore con cui vi adempie, quelli sì.
Quelli sono cambiati, profondamente.
Da tempo la
sua giornata ha inizio senza più attendere l’arrivo di Fernando.
Tuttavia, la sua presenza solitaria all’interno dello stabile
continua ad apparire un’anomalia.
Quello che
salta all’occhio, anche al più distratto dei condomini, è l’assenza
assoluta di voglia di fare in lui. La mancanza di un qualsiasi
entusiasmo.
Peppe è sempre
stato per tutti un treno, una ruspa. Chiamato il
marchisciano, per la sua laboriosità, intraprendenza, oltre che
per l’attaccamento al denaro. Ma a guardarlo ora poltrire pigro
nella guardiola, lì seduto dietro la scrivania piena di fogli
sparsi, o fare le pulizie con una flemma fastidiosa, fa
pensare che non si tratti della stessa persona.
A chi gli
chiede come va, cosa gli sia successo, risponde che è il caldo,
l’umidità, lo smog. Dice che non si respira. A se stesso invece
risponde che sicuramente è il caldo, l’umidità e lo smog. Si dice
che non si respira.
Si rifiuta di
associare l’apatia, quel mattone sullo stomaco che rende un’impresa
anche il minimo movimento, con le nuove abitudini di Fernando. Con
la sua assenza. Ma quale altra motivazione ha da darsi? S’inganna
consapevolmente, e quando quei due passano lì davanti,
rumorosi e felici, gira la testa dalla parte opposta e sputa per
terra.
Peppe
comprende il dolore, quello fisico. Non riesce a concepire il male.
Rifiuta anche l’idea stessa di stare male. Di soffrire per un dolore
che non sia un mal d’ossa, un’unghia incarnita, un mal di schiena,
un dolore, insomma. Il male dell’anima, soffrire per un
pensiero che s’incastra nella testa, contro ogni volontà di
ricacciarlo via, è una condizione che non può e non deve più
appartenergli.
Era successo
tanto tempo fa e non deve più appartenergli. Era successo quando ha
dovuto accettare l’idea che appresso a lui non ci sarebbe stato
nessuno, che Marina non gli avrebbe dato quel figlio che
significava e giustificava i suoi sacrifici. I sacrifici di tutta
una vita. Perché una vita che senso ha senza i sacrifici, e i
sacrifici si fanno per i figli.
Era successo,
allora, tempo fa. Un male oscuro si era impossessato di lui. Gli
aveva tolto la forza dalle braccia, dalle gambe, la voglia di
respirare. Era sparito l’amore per la terra, per il sole.
Ma alla fine
aveva ricacciato via quel male da solo. Come sempre, con fatica e
con determinazione. Si era concentrato su tutto ciò che era vero,
reale, tangibile, concreto. Aveva ricacciato indietro tutto il
resto. Tutto ciò che non aveva consistenza, peso, prezzo. Aveva
fatto anche dell’altro, ma non ne conserva più la memoria. E un po’
alla volta, piano, piano, anche quel male era sparito. Se ne era
uscito da lui. Era già accaduto allora, non c’è ragione che non
accadesse ora.
Forse è solo
troppo presto per capire davvero cosa lo fa star male. Perciò è
difficile, perfino inutile, lottare contro quel morso che stringe
alla bocca dello stomaco. Che gli disegna una smorfia agli angoli
della bocca. Una strana smorfia, una specie di sorriso carico di
morte, un peso insostenibile che gli fa cadere la testa in avanti.
Ma l’orologio
alle sue spalle segna i tempi del calendario condominiale.
Impietoso, indifferente ai sentimenti di Peppe, come vorrebbe
esserlo lui. Ore sette, seconda scala: spazzare e lavare. Avanti
Peppe!
Da solo. Più
che solo. Perso. Peppe spazza le scale discendendo i gradini uno ad
uno. Perso, più che solo, nello stesso punto esatto dove prima
spazzava ora passa lo straccio, un gradino dopo l’altro,
discendendoli uno ad uno.
Non deve fare
attenzione a nulla, non ha bisogno di sincronizzare i suoi
movimenti, non c’è il pericolo di urtarsi di inciampare con nessuno.
È da solo e non parla più. E quando il solito bambino ritardatario
apre la porta e si lancia come una furia sul pianerottolo, Peppe non
alza neanche la testa. Gettando il bambino in un panico peggiore del
rimprovero.
Ha ridotto al
minimo indispensabile anche i lavori extra. Da sempre sono il suo
forte e la sua fortuna. Ma gli manca la voglia, e soprattutto gli
manca una motivazione. Perciò si limita a svolgere quelli
inderogabili, quelli richiestogli dai condomini ai quali non è
consentito dire di no. Per gli altri si limita a promesse. Vaghe
promesse che non intende onorare.
Le ore passano
lente e le giornate si fanno ogni giorno più dure e più lunghe.
E la sera
arriva sempre un po’ più tardi. Peppe l’aspetta con ansia. Seduto in
guardiola l’aspetta sfogliando meccanicamente una rivista presa a
caso tra quelle rimaste nella posta.
Gira le pagine
senza leggere, e non smette di sfogliare neanche quando alza la
testa e guarda da un’altra parte. Quando guarda l’orologio alla
parete o verso la porta mezza aperta che da’ nel suo appartamento.
Guarda prima
l’uno e poi l’altra e subito dopo si domanda che ci guarda a fare.
Sono entrambi fotografie senza senso: l’orologio che pare fermo, o
meglio girare a vuoto, o girare senza un perché, segna un tempo che
non gli interessa; l’interno dell’appartamento che non gli procura
alcuna attrazione, come al solito illuminato dai bagliori del tubo
catodico e risuonante dell’eco di risate finte.
Sconsolato,
ritorna con lo sguardo spento e vuoto alle pagine indistinte della
rivista.”
L’autore ha
rivolto lo sguardo all’esterno, all’ambiente circostante, riuscendo
a conciliare i due aspetti interiore-esteriore, e attraverso i
personaggi, tocca i più svariati argomenti che ne impreziosiscono la
trama: dalla riflessione sui temi sociali che riguardano la vita
della metropoli a quelle sulla famiglia e sull’amicizia.
3) la
narrazione deve essere meticolosa, priva di effusioni sentimentali e
attenta ad adottare il linguaggio dei personaggi.
“Terminata la
sua prima impegnativa giornata di lavoro, Fernando fa ritorno a
casa. Circa a metà strada tra la bottega e il civico 48, c’è il
giornalaio. Il suo fornitore unico delle figurine dei calciatori. La
sua bibbia.
Il negozietto
di una sola vetrina sta lì da sempre, almeno da quando lui riesce a
ricordare. Soltanto che ora al posto del vecchio proprietario c’è
suo figlio. Questi sta giusto per abbassare la serranda.
Fernando si
ferma:
– Dove te ne
vai? – gli domanda il giornalaio.
– A casa, so’
stanco.
– Eh sì! T’ho
visto oggi che facevi avanti e indietro con certe buste. Ma che fai?
– Lavoro!
Lavoro al fornaio e faccio le consegne a casa. – risponde con
orgoglio e contento di poter essere orgoglioso di sé.
I due si
guardano come se pensassero la stessa cosa. Dopo un breve silenzio
Fernando avanza timidamente una proposta al giornalaio. I due
rientrano in negozio e in pochi minuti trovano l’accordo: Fernando
promuoverà presso i suoi clienti l’acquisto e la consegna di
giornali a domicilio. La remunerazione consiste nella fornitura
gratuita del mensile La Roma, il giornale ufficiale della
società di calcio. Nonché di tutti i supplementi e allegati
variamente pubblicati, gratuiti o a pagamento, riguardanti la
squadra giallo-rossa o uno qualsiasi dei suoi giocatori. Patto
stucco[1]!
Quando esce
dal giornalaio, il velo di stanchezza che offuscava il suo viso è
sparito. Al suo posto un accenno di sorriso gli regala un’aria
serena. Chi lo conosce, tra quelli che incontra per la strada, gli
sorride. Un po’ perché è lui a farlo per primo, un po’ perché non è
facile vederlo così aperto e disteso.
Entra nel bar
Amici e si dirige al bancone. Il barista domanda se vuole
dell’acqua. Lui, per tutta risposta, sbatte una banconota da cinque
euro sul bancone.
– Eh, ‘mbè?
Co’ queste che ce devo fa’? – domanda il barista perplesso.
Fernando si
guarda attorno non sapendo cosa chiedere.
Dalla cassa,
la signora Amici segue la scena curiosa. Più perplessa del suo
barista. Anche lei si sforza di interpretare cosa voglia il ragazzo
e prende ad elencare con la sua vocetta cantilenante:
– Fernando,
vuoi un cappuccino? Oppure, un succo di frutta? Vuoi un tè?
Fernando la
guarda con un certo disgusto. Fruga con lo sguardo alle spalle del
barista, tra i macchinari e lo scaffale dei liquori. Infine esclama:
– Fammi un
caffè!
La signora
Amici scuote la testa. Il barista sospira sconsolato e si prepara a
mettere il caffè in macchina.
Ma Fernando
non è convinto. Caffè? Troppo banale, pensa. Si guarda ancora un po’
attorno: nessuno a quell’ora beve caffè. Osserva invece l’omone al
suo fianco. È uno straniero. Un operaio dell’Est con i vestiti
imbrattati di calce. Tracanna della birra dalla bottiglia e parla
sguaiatamente con un amico. Fernando esclama all’improvviso:
– No! Niente
caffè! Una birra!
– Eh che cazzo
Ferna’! – sbotta il barista, che già aveva avviato la macchina.
– Oh, ma che
vòi! – gli ribatte lui.
La signora
Amici congiunge le mani e guarda verso il cielo. Il barista stappa
la bottiglia fa per versarla nel bicchiere. Fernando lo frena di
nuovo:
– No! Lasciala
lì.
Il ragazzo
posa la birra sul bancone. Lui la piglia e tira una sorsata proprio
come ha visto fare all’operaio.
La sua bocca
viene investita, dapprima da una piacevole sensazione di freschezza,
poi, dal pizzicorio della bevanda gassata. Ma subito appresso un
amaro sgradevole gli fa fare una smorfia e torcere il capo. Tossisce
e per poco non si strozza.
Il barista e
la signora Amici lo fissano con aria inquisitoria. Fernando si
carica e fa un altro sorso. Più accorto. Cercando di nascondere il
disgusto. Ingoia. Poi riposa la bottiglia sul bancone e
tossicchiando domanda al barista:
– Quant’è?
– Prego, si
accomodi alla cassa. – risponde lui, algido.
Fernando va
alla cassa:
– Una birra.
– Mah va là,
fijolo, lascia star.
– Quant’è! –
insiste quasi arrabbiato.
La signora
Amici prende i soldi, da’ il resto e, quando è uscito, si dispera
come se lo sapesse un assassino.”
Come sempre
accade quando mi trovo a valutare un libro, ho fatto ricorso alla
teoria di Young che nella tipologia dello scrittore distingue un
atteggiamento introverso, da un atteggiamento estroverso da cui
deriva il concetto individuale dell’esistenza. Colui che scrive è
uno che pensa in modo soggettivo oppure uno che pensa in modo
indirizzato.
Il primo è un
soggetto che si ripiega su se stesso, il secondo è un soggetto che
annulla se stesso per rivolgere il suo sguardo alla sfera esterna.
Il pensiero
soggettivo si distingue da quello indirizzato in quanto nel 1° caso
il protagonista è il soggetto, nel secondo è l’oggetto.
La sensazione
che si ricava, dalla lettura di questo libro è il risentire un’eco
di qualcosa che ha fatto parte della nostra vita, specialmente per
noi che viviamo in periferia, come dei riscontri interiori che
suscitano intense emozioni e che offrono diverse chiavi di lettura.
Ritornando
quindi al libro che stiamo esaminando, troviamo tutti i principi
dettati dal Zola. Il vero messaggio di questo libro, presentato con
un titolo già di per sé accattivante perché insolito è il calore
umano della vita di periferia che costituisce una realtà di funzioni
senza splendore, senza colore, e il luogo dell’assenza di qualità o
della carenza di servizi, del degrado, dell’insicurezza.
A questo
punto, il libro dà l’opportunità di parlare invece della periferia
come risorsa. Roma oggi è formata da un territorio extra- urbano che
cerca disperatamente di diventare capitale, ospitando 1/3 degli
abitanti complessivi: nel linguaggio burocratico questi territori
vengono definiti “quadranti urbani privi di funzioni pregiate”,
carenti in librerie, auditori, teatri, ma certamente non privi di
popolazione. È proprio da qui che la periferia deve ripartire,
innescando un processo di legittimazione identitaria dal basso, che
riafferma nuova concezione centro-periferia: due poli che non
si negano l’una con l’altro, ma vivono in uno stato di simbiosi
vitale e necessaria. Tale processo, va promosso con un atteggiamento
multiculturale in cui le persone si sentano veramente cittadini
dello stesso mondo.
La materia
importante di questo libro, quindi, è di carattere sociale che crea
e domina tutta la vicenda, ambientata nell’hinterland romano, un
contesto il cui tessuto offre una vasta materia di riflessione su
temi di interesse collettivo.
Considerati
gli elementi interni al testo, si può ben dire quindi che l’autore
esce dalla gabbia dell’io per immedesimarsi in una problematica
della storia che tocca un’intera categoria, in questo caso
rappresentata dai personaggi.
Con linguaggio
fluido e allo stesso tempo colorito, Augusto ha composto un libro
che si legge tutto d’un fiato. Denotazione essenziale della forma è
proprio il linguaggio descrittivo con l’intento di rendere la realtà
leggibile, visiva.
È insomma un
libro chiaro, si capisce senza il sussidio di filtri letterari, la
globalità della narrazione tende all’essenzialità.
Livia De
Pietro
Roma
11/02/2011
[1]
Nel dialetto romanesco è la fase del patteggiamento in cui i
contraenti trovano l’accordo.
|