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“Re o Regina” di Vera Ambra

di Livia De Pietro, critica letteraria

 



 

È importante, ai fini di una valutazione critica di un libro, conoscere chi l’ha scritto perché si possono cogliere delle sfumature che altrimenti sfuggirebbero ad una lettura fredda, occasionale.
A dire la verità, ho conosciuto personalmente Vera solo venti giorni fa, il 10 dicembre, in occasione della presentazione di un libro di un amico comune a Napoli, dopodiché mi ha dato in omaggio questo libro.
Tornata a casa, per la curiosità di capire chi fosse questa nuova amicizia letteraria, ho cominciato a leggere il libro che sin dalle prime pagine mi ha coinvolto totalmente e l’ho letto tutto d’un fiato, cosa abbastanza rara per me che amo gustare il nettare della lettura pian piano.

Dopo aver letto il libro, posso dire di conoscere in profondità questa persona che si chiama Vera e che mi ha fatto riscontrare non pochi risvolti della sua vita uguale a quella di tante donne che conosco.
E’ insomma un libro di vita, un racconto autobiografico tutto vero sia nel contesto ambientale sia nei personaggi che presenta con i propri nomi.
 

Prima di addentrarci nel contenuto, vasto e poliedrico del libro, credo che sia opportuno fare una premessa per farne un’inquadratura storico-letteraria e capire il vero significato di questo libro.

Oggi, quando scrive una donna, si parla di letteratura al femminile e questo termine è entrato a far parte della critica dal 1970 in poi, grazie al rigore del movimento femminista, che pretese che fosse data dignità alla scrittura femminile, visto che fino ad allora le donne scrittrici venivano considerate quasi come un ingombro, nonostante un nobel del 1926 assegnato a Grazia Deledda. Si diceva che, mentre gli uomini scrivevano per affermarsi, le donne lo facevano per farsi accettare. Era comunque luogo comune della critica italiana che le donne scrivessero testi di poco valore letterario, interessanti solo come documenti di tipo sociologico. Queste affermazioni erano sintomo di una mentalità avvezza a relegare la donna ai margini, a legarla ancora all’esclusiva figura di madre e di colei alla quale è affidato il governo della casa. Benedetto Croce , per il diffuso ricorso allo sfogo personale fatto dalle donne scrittrici, definiva l’autobiografia come la “malattia europea” che ha prodotto la crescente femminilizzazione della letteratura, cioè, quindi fino a qualche tempo fa, la scrittura delle donne era intesa come spazio nel quale esprimere soltanto se stesse. Questa concezione abbastanza radicata fino agli inizi del novecento, viene smantellata dall’opera di Natalia Ginzburg, la quale ha sempre cercato con insistenza di allontanarsi dai canoni della letteratura femminile, pur se connotata da una vena di intimismo autobiografico, manifestando la volontà di scrivere “come un uomo”, in modo che le sue frasi fossero per il lettore una continua e perenne frustata.

Se leggiamo Il figlio dell’uomo, scritto nel 1946, avvertiamo molte novità rispetto al passato per es. l’utilizzo della prima persona plurale che è un alienarsi da quella che si definisce l’egoarchia, cioè la supremazia dell’io narrante. Il ritorno alla normalità, effetto della caduta del fascismo, significò per lei, non più violentata nelle sue origini ebraiche , il desiderio di rafforzare e indurire il suo animo, temprarsi, imparare nuovamente a utilizzare i pronomi personali per la loro reale valenza evocatrice. Il figlio dell’uomo fu declinato al plurale perché l’autrice non ritenne che la parola “io” fosse capace di esprimere il dolore e la sofferenza di una nazione e di una generazione, appena risorti dall’incubo della guerra. Sull’esempio della Ginsburg, oggi la letteratura femminile esiste ed e’ di alto livello e non mi pare che sia ricerca di un effimero successo “rosa” l’opera di penne illustri tipo Mazzantini o Mazzucco Maraini Aspesi o che possano essere relegate nella letteratura di intrattenimento. Gli uomini sono di più ancora, ma io credo che il sorpasso arriverà presto.

E non dimentichiamo che il Nobel per la letteratura nel 2007, e’ andato a Doris Lessing, una scrittrice inglese.

Fatta questa premessa, analizziamo il libro “Re o Regina”.

È racconto autobiografico.

Questo libro è toccante perché scritto con le corde più intime del sentimento per cui lascia nel lettore una patina di tristezza che però, fortunatamente, alla conclusione del libro viene dissipata.

Il personaggio più importante di questo libro, quindi, è la stessa autrice che crea e domina tutta la vicenda ambientata in Sicilia il cui tessuto offre una vasta materia di riflessione su temi di interesse collettivo.
Considerati gli elementi interni al testo, si può ben dire quindi che Vera esce dalla gabbia dell’io per immedesimarsi in una problematica della storia che tocca un’intera categoria, quella delle donne in questo caso rappresentate da lei stessa. Vengono affrontati problemi quotidiani, soprattutto quello dell’educazione dei figli che sollecita il desiderio di intervenire non solo con discorsi etici, ma interventi di tipo culturale per impegnare in modo sano i nostri giovani.

È tuttavia la speranza a superare il pessimismo di questo libro e la si ravvisa nell’amore per la natura, per gli animali, per il prossimo, per le persone deboli ed è questo il dato che permette di non fa rientrare Vera nella categoria del pessimismo letterario del Novecento cioè quello stato d’animo e quella concezione della vita espressa nelle opere in prosa e in poesia da tutti quegli scrittori che, pur senza un sistematico impianto filosofico, dichiarano la loro sfiducia nella compatibilità fra esistenza e felicità, che sentono l’ostilità della natura nei confronti dell’uomo, che avvertono la vita come un percorso doloroso da compiere.

E invece per Vera l’isola della Sicilia non è un luogo ostile, ma un’oasi, un Paradiso dove si rifugia nei momenti più tristi proprio perché la natura ha una funzione consolatoria.
È un viaggio doloroso dai risvolti improvvisi e inaspettati. Con linguaggio fluido e allo stesso tempo incalzante, talvolta colorito, secondo le circostanze, Vera ha composto un libro che si legge tutto d’un fiato. Denotazione essenziale della forma è proprio il linguaggio descrittivo con l’intento di rendere la realtà leggibile, visiva.
È insomma un libro chiaro, si capisce senza il sussidio di filtri letterari, la globalità della narrazione tende all’essenzialità.

Sono convinta, dopo aver letto questo libro con occhio critico, che scrivere, sia una necessità dell’anima . È giusto allora indicare l’esempio di Vera a chi, come lei, ha il dono della parola che è la più implacabile ed efficace delle armi per combattere i problemi che ci affliggono.

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