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30/09/2011 - Un autore cagliaritano tra Sardegna e Sicilia: incontro con Vittorio Frau, “vigile del fuoco di professione, scrittore per passione” (di Laura Vargiu)


Dedicarsi alla scrittura, più che un passatempo, è una passione comune a tante persone.
Passione spesso portata avanti con impegno ammirabile, senza pretesa alcuna e ben lontano dalle luci della ribalta di cui si può godere soltanto sotto i riflettori delle grandi case editrici.
Vittorio Frau, quarantasettenne cagliaritano, è uno dei tanti appassionati che per scrivere deve ritagliarsi il giusto tempo all’interno delle sue giornate colme di impegni quotidiani ai quali far fronte. Secondo la sua stessa definizione, è un “vigile del fuoco di professione, scrittore per passione”: dal 1990 esercita la prima, da una vita intera la seconda.
Fin da giovanissimo ha infatti mostrato una naturale propensione alla scrittura, seppure gli studi superiori l’abbiano condotto lungo ben altri percorsi. Negli anni Ottanta collaborava al “Trovotutto Sport”, settimanale satirico-sportivo che all’epoca ebbe una discreta diffusione a Cagliari e provincia; ai primi tempi del lavoro in caserma risale invece “Pompe & Pompieri”, periodico di satira da lui personalmente creato e, a seguito della grande popolarità riscossa tra i colleghi, andato in stampa fino al 2001.
Ma è stato l’avvento di internet a dare maggiore visibilità alla parallela attività di scrittore di Frau: alcuni dei suoi racconti, inseriti in siti appositi, trovarono l’apprezzamento da parte di numerosi lettori che incoraggiarono l’autore a continuare.
Fu così che alcuni anni fa, proprio tra le vie del web, avvenne “l’incontro” con la scrittrice Vera Ambra, presidente dell’associazione culturale, nonché casa editrice, “Akkuaria, un ponte sulla cultura” con sede a Catania. Del 2007 è “La rimpatriata”, primo romanzo frutto di un sodalizio che lo porterà a pubblicare l’anno immediatamente successivo “Guasto. Le origini di Pierclaudio”, entrambi di genere umoristico.
Nel 2009 il suo racconto breve dal titolo “Gabriel e il mostro” vinse la sezione prosa della prima edizione del Premio Letterario Internazionale dedicato a Fortunato Pasqualino, importante autore siciliano di opere di filosofia, narrativa e teatro, scomparso pochi anni fa; da allora il prestigioso concorso è diventato un appuntamento annuale a Butera, paese natale di Pasqualino, in provincia di Caltanisetta.
Da quello scritto è nato nel 2010 un romanzo omonimo che narra una drammatica vicenda umana di malattia e solitudine sullo sfondo della città di Cagliari.
Nello stesso anno, tuttavia, la scrittura umoristica era già stata riproposta da Frau con “Cell Generation. Racconti sul Darwinismo telefonico”, esilarante analisi di una delle più grandi rivoluzioni di tutti i tempi: la diffusione capillare del telefono cellulare. Anche questo libro, presentato di recente nell’ambito della rassegna letteraria “Metti un libro al Centro…” presso l’Exmà di Cagliari, è stato pubblicato dalle Edizioni Akkuaria, così come “Gabriel e il mostro”.
Un nuovo riconoscimento al lavoro di Vittorio Frau è arrivato in occasione del Concorso Letterario Nazionale “Fantasy Way” , conclusosi a Catania lo scorso 9 settembre, con l’assegnazione del primo premio per la sezione fantascienza al suo racconto “La pagina bianca (48 ore)” .


Tra il 2007 e il 2010 lei ha scritto e pubblicato quattro libri: come riesce a conciliare la passione per la scrittura con tutti gli impegni quotidiani dal momento che non fa lo scrittore a tempo pieno? Come, oltretutto, viene vista la sua attività letteraria nell’ambiente di lavoro?
- Ho la fortuna di avere un lavoro che mi lascia parecchio tempo libero, sono un vigile del fuoco, faccio turni da 12 ore, diurni e notturni, che poi prevedono dei lunghi riposi. Scrivo soprattutto la mattina, quando i miei figli sono a scuola, tutto il resto della giornata è dedicato a loro.
Gran parte dei colleghi di lavoro guarda la mia “attività letteraria” con curiosità, ma non è esattamente il tipo di ambiente in cui fanno presa questo genere di cose. Certo, nel trovarsi in mezzo a tante persone, uno scrittore appassionato di umorismo e satira come me può trovare degli spunti formidabili, spesso sento frasi come: «Non è possibile leggere il tuo libro prima di comprarlo?» Oppure : «Libri? Si vede che non hai niente da fare quando sei libero!».

Come è nata l’idea del suo romanzo “Gabriel e il mostro”, nel quale affronta il tema della solitudine e, in particolare, quello della depressione?
- E’ stato un caso, sono venuto a conoscenza del concorso letterario dedicato a Fortunato Pasqualino e ho voluto provare a scrivere qualcosa di diverso. Forse era un periodo particolare, magari non troppo allegro, e mi è venuta voglia di creare un personaggio inconsueto; io li chiamo “gli sconfitti”, coloro che paiono accogliere con fatalismo le continue prove alle quali la vita li sottopone. Il libro nasce dall’ampliamento di quel racconto, estensione resa obbligata dal grandissimo successo che ha avuto.
Ho la convinzione che il “male oscuro”, almeno una volta nella vita, faccia visita a ciascuno di noi, presentandosi sotto vari livelli di gravità, quasi volesse vedere come lo affrontiamo. Un grosso problema per le vittime della depressione è il terrore che la gente intorno se ne accorga. La solitudine di Gabriel è servita a rendere più “pura” la sua lotta contro il male, quasi una sfida a due che vede il protagonista lottare contro un “mostro” (figura retorica della depressione) fortissimo al quale rifiuta di arrendersi.

Di tutt’altro genere risulta invece “Cell Generation”, sulle cui pagine lei ha dato prova di essere un attento e curioso osservatore della grande rivoluzione sociale per noi tutti rappresentata dall’avvento della telefonia mobile: ma la realtà è davvero così preoccupante e persino ridicola come la descrive?
- Il segreto sta nel riuscire a trovare il lato comico di qualsiasi accadimento, anche quelli che apparentemente non dovrebbero averne come, per esempio, i funerali. Ma se qualcuno dimentica un telefonino acceso nella tasca del morto all’interno della bara, come si può rimanere seri?
Diciamo che la rivoluzione sociale rappresentata dalla diffusione del telefono cellulare è uno dei tanti motivi che mi fanno guardare la realtà con preoccupazione, insieme ai social network, al “velinismo” e a tutte le aberrazioni che stanno imbambolando e distruggendo i valori della gente. Una persona non più giovane, come il sottoscritto, può non preoccuparsi nel vedere decine di attempati signori con auricolare d’ordinanza che urlano e gesticolano in perfetta solitudine?

I suoi libri finora pubblicati portano il marchio di un’associazione culturale e casa editrice siciliana: a suo parere, e sulla base della sua esperienza, è difficile per uno scrittore sardo vedere le proprie opere pubblicate da case editrici locali?
- L’editoria sarda è una realtà molto particolare. Ho sempre avuto l’impressione che sia come “avvitata su se stessa”, munita di rigidi paraocchi oltre i quali il mondo non esiste.
Per entrare nelle grazie delle “grandi” case editrici sarde, quattro o cinque in tutto, occorre non discostarsi dagli argomenti che riguardano la Sardegna stessa, farcire il testo di sardismi e fare continui richiami a tradizioni agropastorali o pratiche esecrabili del passato come sequestri o abigeato. Sembra che tutto il resto non sia nemmeno degno di essere valutato.
Se un autore sardo volesse proporre, per esempio, un giallo ambientato a Berlino, potrebbe farlo
solo rivolgendosi alle tante piccole case editrici che richiedono all’autore stesso sostanziosi contributi per la pubblicazione, spesso mascherati come “obbligo di acquisto di almeno 200 copie” che, tradotto in denaro, significa un esborso di circa 1600 euro. A me sarebbe piaciuto pubblicare qualcosa con una casa editrice sarda, ma non ho voglia di raccontare faide barbaricine o stupri di pecore come fece a suo tempo Gavino Ledda con “Padre Padrone”. Ormai il mondo è diventato piccolo ed è entrato tutto nella televisione, quindi la gente, anche in Sardegna, è in grado di apprezzare perfino ciò che accade nel resto del pianeta.

“Akkuaria”, di cui lei è socio, a giudicare dal gran numero di iniziative portate avanti, si presenta come un’attiva e interessante realtà del panorama editoriale e culturale in genere della Sicilia, capace oltretutto di proiettarsi anche in contesti extraregionali: un confronto tra gli ambienti siciliani del settore di cui lei ha esperienza e quelli sardi.
- Akkuaria è, tra le varie cose che rappresenta, una delle tante piccole case editrici siciliane che sgomitano per proporre qualcosa e lo fa senza chiedere nulla ai suoi autori se non la qualità. Non impone argomenti, regionalismi, stili, pubblica ciò che ritiene meritevole di pubblicazione.
Questa associazione è molto di più rispetto a una casa editrice, è formata da persone in continuo movimento che portano ciò in cui credono in giro per l’Italia e non solo. Nei vari incontri ai quali ho partecipato durante questi anni in Sicilia ho notato una cosa che fa apparire la mentalità degli ambienti letterari siciliani anni luce più avanti rispetto a quelli sardi: ogni piccola casa editrice, associazione culturale o circolo letterario, è costantemente proiettata all’esterno, non dimentica le proprie radici culturali, ma non fa l’errore di ritenerle elemento indispensabile per ogni pubblicazione. L’intento di Akkuaria è farsi conoscere per offrire l'opportunità di condividere proposte, idee e propri 'lavori': per contribuire a ridurre il deficit di conoscenza e valorizzare la domanda di riscoperta delle identità locali e internazionali. È uno strumento divulgativo per condividere l'amore per le arti e la letteratura in genere ed è destinato a chi ha voglia di proporre, approfondire e divulgare lo scibile umano.
Ha dei referenti in Australia, Brasile, Canada, Croazia, Galles, Indonesia, Perù e Russia; di recente è stato tradotto il primo libro della collana Akkuaria in spagnolo, ed è già partito un grande progetto che porterà a tradurre in molte lingue del mondo parecchi libri editi dall’associazione. Non è il caso che io faccia ulteriori paragoni con la realtà editoriale della nostra Isola. E me ne rammarico davvero tanto.
Io non ho incarichi specifici nell’associazione, offro volentieri la mia collaborazione per tutto ciò che ritengono di volermi affidare, come la valutazione di nuovi testi o la correzione delle bozze prima che vadano in stampa.

Qual è stata l’opera che le ha dato maggiori soddisfazioni, anche in termini di copie vendute?
- “Gabriel e il mostro”, senza dubbio. Nonostante io abbia sempre prediletto la letteratura umoristica, questo libro ha venduto un numero di copie di almeno tre volte superiore agli altri, è piaciuto tantissimo. Mi sono arrivate e continuano ad arrivare tantissime e-mail di persone che mi domandano qualcosa su Gabriel, quasi lo volessero conoscere meglio.

Dopo aver vinto, due anni fa, la prima edizione del Premio Letterario Fortunato Pasqualino, lei è entrato di diritto a far parte della giuria del concorso: quanto è difficile e faticoso il ruolo del giurato? Ci racconti il dietro le quinte di un evento di quel tipo a cui giungono, presumibilmente, centinaia di lavori ogni anno.
- Sì, vincere la prima edizione di quel concorso è stata una grossa soddisfazione, l’evento è stato trasmesso dalle principali tv private della Sicilia e ho avuto parecchia visibilità anche nella stampa locale. I comunicati sono giunti pure ai maggiori organi di stampa sardi che, tuttavia, non hanno ritenuto la notizia meritevole d’attenzione. Pazienza.
La peculiarità di questo concorso è proprio il far entrare in giuria i vincitori delle varie edizioni, io ho letto e dato la mia valutazione alle opere giunte nella seconda e terza edizione. È un lavoro faticoso, questo concorso richiama parecchie centinaia di partecipanti da tutta Italia e dall’estero. Devo dire che la qualità è buona: chi partecipa, in genere, ha la passione per la scrittura e propone opere di buona qualità. Alla fine dei lavori le preferenze dei vari giudici vengono incrociate e si stila una classifica dei più votati.

Si dice che in Italia ci sia più gente dedita alla scrittura che non alla lettura: sempre che ciò sia vero, come giudica una eventuale situazione di tal genere? E che cosa occorre fare di concreto per avvicinare in particolare le giovani generazioni al mondo dei libri?
- È drammaticamente vero: una recente ricerca afferma che più del 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno, la percentuale varia da nord a sud, comunque siamo parecchio al di sotto della media europea.
Per avvicinare le giovani generazioni al mondo dei libri occorre un piano da mettere in atto fin dalle scuole primarie. Ma non deve essere un’azione improvvisata, occorrerebbe un comitato di pedagogisti con una formazione specifica che studiasse un metodo per riuscire a catturare il loro interesse scegliendo una serie di letture adatte alla loro età. L’amore per la lettura non si può imporre come accade per una regola matematica, ma va stimolato rendendolo piacevole.
Gianni Rodari scriveva: 'il verbo leggere non sopporta l'imperativo'. La mia maestra delle elementari ci faceva leggere brani di “Moby Dick” o dei “Ragazzi della Via Pal”, facendoci sognare, trasformandoci nel capitano Achab o nel piccolo generale Boka. Quello che gli educatori sembrano non capire è che ogni cosa proposta nella giusta maniera a un bambino provoca in lui sensazioni che gli rimarranno attaccate addosso per tutta la vita. Ogni volta che vedo un quadro su una parete o una qualunque pubblicazione che ricorda Moby Dick vengo assalito da una stretta allo stomaco esattamente come mi accadeva 40 anni fa. Forse senza la mia maestra sarei diventato uno dei tanti che, dopo il conseguimento del titolo di studio, non avrebbe mai più aperto un libro, ma per fortuna non è stato così.

Si ha l’impressione che l’odierna industria editoriale, preoccupata più dei fatturati che della qualità delle opere che affollano gli scaffali in libreria, tenda a ridurre i lettori a un docile gregge: non a caso, i cosiddetti best sellers sono libri scritti spesso da autori famosi più per “meriti” televisivi o di altro tipo che per particolari doti letterarie e pubblicati da case editrici dai nomi altisonanti. Alla luce di tutto questo, e pur essendo consapevoli di quanta qualità esista nell’offerta delle tante piccole realtà editoriali italiane, quali scrittori nazionali, supportati negli ultimi anni dai grandi editori, ritiene davvero meritevoli di attenzione?
- L’editoria italiana, quella che produce profitti, è dominata da poche grosse case editrici i cui autori, regolarmente e alternativamente, vincono i principali concorsi letterari, ottenendo in maniera gratuita una visibilità nei media che potrebbero raggiungere solo investendo in pubblicità cifre enormi, difficilmente ammortizzabili dalla vendita dei libri. Far vedere per pochi secondi la copertina di un libro in un programma tv sulle reti nazionali ha come risultato la vendita immediata di circa 10.000 copie nell’arco di pochi giorni, senza che chi le acquisti ne conosca il contenuto e nemmeno l’autore.
Se gli italiani comprano migliaia di copie di un libro firmato da Cassano o Totti è perché sono sensibili a certe operazioni di marketing, non certo per amore della lettura. Un nome famoso, anche se per questioni che nulla hanno a che fare con la cultura, magari un calciatore o uno che è stato accusato di un efferato omicidio, porta guadagni, il resto non conta.
C’è molta qualità nelle pubblicazioni delle piccole realtà editoriali italiane, non parlo di quelle che chiedono contributi in denaro per la pubblicazione, in quel caso è chiaro che permettono a chiunque di avere il proprio nome su una copertina di un libro che ingiallirà al buio di un magazzino. Io stesso, valutando tantissimi testi che giungono al concorso letterario che mi annovera tra i giurati, vedo delle cose bellissime, geniali, scritte con una passione che contribuisce a una grande qualità.
Tra gli scrittori famosi di cui si è parlato negli ultimi anni, ce ne sono parecchi di indubbio valore come Michela Murgia, Silvia Avallone, Camilleri, Faletti, Ammaniti e la Mazzantini, ma potrei citarne tantissimi. È soprattutto grazie ad essi che le grandi case editrici continuano a rimanere tali.

Ha consigli da dispensare a chiunque, a prescindere dall’età, volesse dedicarsi alla scrittura? Partecipare ai classici concorsi letterari e frequentare corsi di scrittura creativa, di cui tanto oggi si sente parlare, devono essere tappe necessarie?
- Dipende da quello a cui si aspira. Se uno mira ai profitti, in tutta sincerità, gli direi di cercarsi un ottimo “sponsor” e incrociare le dita. Diverso è il caso di chi ama scrivere e ha il desiderio di condividere il frutto del suo ingegno con gli altri, anche per capire se effettivamente ciò che scrive ha un valore oppure no.
Credo che partecipare ai vari concorsi letterari sia fondamentale per una semplice ragione: non essendoci di mezzo il denaro c’è una completa sincerità nella valutazione. Chi ottiene dei buoni piazzamenti o recensioni positive può avere avuto tali riconoscimenti solo per il proprio valore, non perché qualcuno ci ha messo “una buona parola”. Per quanto riguarda i corsi di scrittura creativa, non conosco bene questa realtà né come siano strutturati. Il mio parere personale è che la creatività sia un qualcosa di istintivo e non trasmissibile, tuttavia se i corsi sono mirati alla corretta esposizione del prodotto di una mente creativa, hanno senz’altro grande utilità.

Un’anticipazione sulle sue prossime pubblicazioni.
- Ho sempre avuto la strana caratteristica del provare a scrivere due libri contemporaneamente. “Gabriel e il mostro” e “Cell generation”, due lavori di genere diametralmente opposto, sono stati scritti in contemporanea, sfruttando i “vuoti creativi” che bloccavano momentaneamente la stesura dell’uno per riempire le pagine dell’altro.
Ora ho due lavori che procedono spediti, compatibilmente agli impegni ai quali debbo far fronte, uno parecchio divertente che tratta certi aspetti di un noto social network e un altro, ambientato a Cagliari, che è invece una storia drammatica di due amici che prendono strade diverse.


Dunque, un autore prolifico che ama cimentarsi con generi letterari diversi e che continua a nutrire nei confronti della scrittura un amore autentico.
Sul suo sito internet www.vittoriofrau.it si legge: “Io volevo scrivere…”
Voleva, e c’è riuscito perfettamente.

Maggiori informazioni su “Akkuaria, un ponte sulla cultura”, l’associazione culturale di cui Frau fa parte, all’indirizzo www.akkuaria.com.

 

Laura Vargiu

 

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