A
Butera: una festa per tutti
Post-evento di Franco Zarpellon
Se mi chiedessero di selezionare le tre cose che
più mi hanno colpito nel breve ma intenso soggiorno siciliano, avrei
qualche difficoltà a scremare l’insieme di emozioni vissute tra
Catania e Butera.
Potrei parlare della città di Catania, città
aperta e dall’aspetto settecentesco. Passeggiando per le sue vie
ampie e regolari si rimane affascinati dall’ortogonalità della loro
geometria, dalla lunga sequenza di eleganti edifici barocchi che vi
si affacciano, dalle vaste piazze che vi si aprono, prima fra tutte
piazza del Duomo, punto di confluenza dei principali assi cittadini.
Si rimane colpiti dalla vivacità della città, dal suo traffico
continuo che contrasta con la tranquillità dei suoi giardini e dei
passanti, dall’animosità della piscaria che contrasta con la
sacralità della lunga sequenza di chiese di via dei Crociferi, dal
moltiplicarsi di iniziative e associazioni culturali che contrastano
con la semplicità di alcuni quartieri. Si rimane catturati
dall’ospitalità dei catanesi e dai loro piatti tipici come la pasta
alla Norma, le sarde a beccafico, gli sfincioni,
la granita con la briosce e i dolcetti di pasta alle
mandorle.
Ma Catania è anche mare, come la baia di San
Giovanni a Licudi con le sue grosse pietre di lava o il centro
peschereccio di Aci Trezza con i suoi faraglioni.
E Catania è anche monti con il suo totem
di oltre tremila metri, l’Etna.
Se mi chiedessero le tre cose che più mi hanno colpito, parlerei
però anche del borgo di Butera, una realtà completamente diversa
dalla città di Catania. Disposta sulla sommità di una cresta
rocciosa, a circa 400 metri di altezza, la piccola cittadina si
affaccia sulla piana di Gela e sul fondo lascia intravedere il mare.
Al castello del XI° secolo e al palazzo Comunale fanno da sfondo le
case abbarbicate lungo le strette e silenziose vie del paese. Una
cosa accomuna Butera a Catania, e forse a molteplici altre realtà
siciliane, il buon cibo e l’ospitalità dei suoi abitanti.
Se mi chiedessero le tre cose che più mi hanno
colpito, sottolineerei infine il valore che nella regione siciliana
viene dato alla cultura, intesa come espressione di chiunque abbia
qualcosa da dire, nelle diverse forme artistiche, e soprattutto
abbia voglia di farlo sentire.
Ho partecipato a molte cerimonie di premiazione
di premi letterari, in Italia e in altri paesi europei, e solo poche
volte ho trovato quel calore e quella partecipazione che ha pervaso
la sala comunale di Butera in occasione della premiazione del
concorso letterario intitolato a Fortunato Pasqualino.
Nella
prefazione all’antologia che raccoglie i racconti e le poesie
selezionate avevo scritto: “un fiume di parole ha iniziato
a coprire l’isola e ad attaccarsi ai nostri sentimenti. È lo spirito
dell’Italia che si è dato appuntamento qui a Butera”.
E così effettivamente è stato, ma si è andati ben
oltre le aspettative e all’appuntamento non c’erano solo spirito e
parole, ma soprattutto partecipazione concreta.
Partecipazione delle autorità e delle
associazioni organizzatrici, degli scrittori e dei poeti
partecipanti al premio, dei cittadini locali e delle molte persone
venuta dalla Sicilia, da tutta Italia e persino dal lontano Canada.
Una vera festa dove tutti hanno avuto un ruolo e
dove la premiazione è stata solo un pretesto per celebrare Fortunato
Pasqualino, uno dei maggiori scrittori siciliani contemporanei
recentemente scomparso, e per dare spazio alla cultura letteraria
semplice, fatta da persone comuni che vogliono attraverso la
scrittura esprimere un po’ di sé stessi.
E a sottolineare questo paradigma i due
vincitori, nelle due sezioni di narrativa e poesia, così diversi ma
così uguali nella loro voglia di emozionarsi nel ricevere diploma e
trofeo dalle mani di Luigi Casisi, sindaco di Butera e di Barbara
Olson, vedova Pasqualino. Due vincitori: uno sardo, l’altro
pugliese, uno “ventenne di vent’anni fa” l’altro di vent’anni
in meno, uno perito elettrotecnico di professione pompiere, l’altro
laureato in filosofia, uno sposato con due figli, l’altro scapolo,
uno akkuariano, l’altro ancora no.
Il primo, Vittorio Frau, ha vinto il primo premio
con Gabriel e il mostro, racconto intriso dalle atmosfere
gucciniane, care a chi ormai da tempo non ha più vent’anni,
atmosfere di brani come La canzone per Piero o come La
bambina portoghese. Recita la chiusa di quest’ultima: “quel
vizio che ci ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti
porti dentro, cioè vivere”. E queste parole sembrano risuonare nel
racconto di Frau: “è strano trovarsi all’improvviso di fronte alla
propria fragilità, rendersi conto di quanto sia inutile avere le
spalle larghe e il pieno controllo della propria vita, quando
l’orrendo mostro che qualcuno ha chiamato il male oscuro
aggredisce una mente, lo fa senza preavviso, in maniera subdola,
prendendosi gioco di intere esistenze e avvolgendole in una fitta
nebbia per poi costringerle alla resa.” E cos’è questo male oscuro
se non il male di vivere?
Il secondo, Andrea Cati, ha vinto il primo premio
con Al parco, breve e intensa poesia che a noi non più
ventenni fa riecheggiare gli ermetismi cari al primo De Gregori di
Niente da capire o di Rimmel. Poesia definita un
proiettile che colpisce al di là delle parole arrivando direttamente
ai sentimenti.
I secondi posti vanno rispettivamente a Sergio
Belfiore per la narrativa, con il racconto Samuel, che
descrive il periodo iniziale della persecuzione degli ebrei, vista
con gli occhi di un bambino, e a Rino Cavasino per la poesia, con il
componimento L’ossa chi su’ toi?, che tratteggia usando il
dialetto siciliano con toni un po’ scherzosi e licenziosi, la
stagione dell’adolescenza e del diventare donna. Unico denominatore
comune fra i due premiati la terra d’origine, la Sicilia, ma l’uno
vive a Roma e l’altro a Firenze, con due diverse storie personali
alle spalle.
La lista prosegue con i terzi classificati (Sonia
Lipani ex-equo con Alfonsina Campisano Gangemi per la narrativa e
Laura Bossi ex-equo con Francesco Luppi per la poesia), con i
molteplici premi della giuria e con i premi Akkuaria. Tra questi
ultimi il premio per la narrativa d’oltreoceano è andato a Pietro
Sostegno, italo-canadese nativo di Butera, che è arrivato
appositamente dal Canada e la cui commozione nel ricevere il premio
dalle mani del sindaco era oltremodo evidente.
Una festa per tutti. Per i vincitori, i
classificati, i selezionati per l’antologia, il pubblico e le
autorità. Una festa infine anche per noi, rappresentanti della
giuria, akkuariani doc, che spero abbiamo contribuito sotto l’occhio
vigile di Vera Ambra, presidente di Akkuaria, alla riuscita del
pomeriggio.
|