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I
TONI DEL GRIGIO
Incontro alla
Feltrinelli di Mestre
di
Erberto Accinni
Siamo qui per presentare il lavoro di Bruna Mainardi.
È una scrittrice esordiente, autrice di un libro che narra – sul
filo della memoria – vicende che si svolgono in un arco di tempo
che va dalla prima guerra mondiale agli anni ’70. Storie che si
intrecciano nella parte finale e che giustificano l’intero
scritto.
Sul filo della memoria perché il romanzo nasce da racconti fatti
da zii, lontani cugini, persone di famiglia. Racconti fatti a
una bimba che ascoltava, interessata e curiosa, quello che i
grandi avevano da raccontarle.
L’abilità di uno scrittore spesso si basa sulla sua memoria,
molto più spesso sulla sua sensibilità, sicuramente sulla
curiosità. Molte storie sentite da bambini hanno sollecitato la
parte del cuore che è sede dei sentimenti. È un modo di
partecipare a quanto ci viene narrato: ascoltare le parole,
farle scendere dentro finché trovano un loro spazio e
attecchiscono dando la possibilità di sperimentare – senza
saperlo a quell’età – una gamma di sensazioni che fanno poi da
base per la formazione della giovane persona. Così ogni fatto
che ascoltiamo viene filtrato e interpretato con sentimenti
diversi per ciascuno, ma sicuramente sviluppando una dose di
empatia col narrato.
Nel caso di Bruna l’empatia è stata molta. Il suo desiderio di
narrare i fatti l’ha fatta porre nel ruolo di spettatore
narrante.
Senza fare paragoni con correnti letterarie del passato, ma
soltanto per indicare una modalità di esposizione, possiamo
accostare la storia del libro ad alcune narrazioni del Verismo,
per l’uso di forme gergali, per il gusto della verità raccontata
senza orpelli e preferendo un registro semplice e scorrevole,
per la capacità, quasi sempre rispettata di non esprimere
un’opinione personale, ma semplicemente raccontare. Raccontare
le situazioni con gli occhi di chi le ha vissute, raccontare gli
stati d’animo dei personaggi attraverso le loro azioni, mai
speculando in considerazioni facili e in opinioni personali.
L’io narrante si tiene fuori dalle vicende; lascia le deduzioni
al lettore, alla sua capacità di partecipare.
Seguiamo così le vicende narrate con occhio curioso, divertito,
chiedendoci come proseguirà la vicenda narrata, a volte
anticipandone la conclusione, a volte scoprendo un’evoluzione
diversa da quella immaginata. Proviamo partecipazione agli
eventi, compassione, simpatia, antipatia, ma anche orrore,
repulsione e in alcuni passaggi una grande pietà per avvenimenti
che non vorremmo vivere; pietà per chi non ha potuto non
viverli. E anche in noi è sollecitata l’empatia.
Nel mio ruolo di revisore e recensore dei testi da pubblicare,
ho letto diversi lavori: scritti che puntano sul desiderio di
fare sensazione con uno stile aggressivo e storie trasgressive;
scritti disordinati e scopiazzati da trame cinematografiche;
letteratura sperimentale, di avanguardia, di retroguardia, di
rottura, non solo della trama ma anche di altro… ho letto
racconti scritti bene ma inconcludenti, racconti non
giustificati da un contenuto, racconti che sembrano temi
scolastici, racconti ove ogni sentire interiore è assente.
Ho letto opere buone e meno buone. Messe le mani sul testo di
Bruna ho dovuto fare i conti da subito con l’uso del dialetto
lombardo: confesso che mi ha infastidito un po’. Continuando la
lettura sono entrato nel modo di raccontare e la storia narrata
mi ha convinto: si poteva pubblicarla, meritava di essere
pubblicata.
Akkuaria fa da qualche tempo scelte selettive… bene! Questo
poteva essere un lavoro pubblicabile da Akkuaria. Sono stati
utili, ma non necessari, pochi suggerimenti – peraltro accolti –
e si è potuto in brevissimo tempo redigere la bozza da
riguardare per gli errori di battitura prima della
pubblicazione, poi si è mandato in stampa il dattiloscritto. Mai
un ripensamento, tranne che per il titolo che ha comportato
qualche pensata…
Ora il lavoro è qui e merita di essere letto. La cura per i
dettagli – descritti con capacità – me lo rende particolarmente
caro, avendo io la stessa attenzione per i dettagli. Non sono
troppi. Buttano luce sui personaggi e sulle situazioni. Un luogo
è descritto con attenzione, una cura capace di farcelo vedere. I
personaggi non hanno una descrizione fisica che è di poca
importanza: chi di noi non ha mai visto una bella donna, o un
uomo introverso, o uno spaccone? La descrizione fatta da Bruna
di pensieri, azioni, atteggiamenti è più che adatta a
riconoscere il tipo umano. Non ci serve sapere se è moro o alto
o grasso: lo sappiamo riconoscere.
Nella loro autenticità che ne comprendiamo il tratto umano:
nessuna descrizione potrebbe essere più efficace.
La struttura del libro è in capitoli. Spesso leggendolo ho avuto
la sensazione che ogni capitolo fosse un racconto che poteva
stare da solo, staccato dalla trama. È sicuramente un
esperimento letterario interessante. Come ho scoperto dopo,
Bruna ha buone capacità anche nei racconti brevi.
Uno scrittore – nell’arco della sua vicenda letteraria – corre
un solo vero pericolo: innamorarsi di sé. Finché questo non
accade sarà un lavoratore che da il meglio, poi sarebbe
preferibile che con umiltà smettesse.
Con Bruna siamo lontani da questa trappola; possiamo così avere
la ragionevole certezza che ci farà leggere altre cose. Il primo
passo lo ha fatto; l’arte del narrare sembra esserle congeniale.
Avete mai sentito barzellette belle raccontate male? Si ride per
educazione.
Il libro di Bruna non si legge per educazione.
Così Franco e io le abbiamo dato il benvenuto fra di quelli che
hanno qualcosa da dire e sanno come dirlo. Per questo stasera
siamo qui.
Feltrinelli - Mestre
Momenti della Presentazione
Bruna Mainardi presentata da Erberto
Accinni e Franco Zarpellon
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