NUDI E CRUDI
Ricercatezza di temi e novità di linguaggio
Recensione alla Silloge Nudi e Crudi
- Ed. Prova d'Autore
Sui quotidiani nazionali e
stranieri appaiono con una certa frequenza articoli che si occupano
dei problemi della comunicazione e tutti mettono in rilievo la
progressiva scomparsa di un gran numero di lingue, che fino a
qualche decennio addietro erano circa 6500 e ora non superano
probabilmente il numero di 5000. Le cause di questa drastica
riduzione sono molteplici e non è questa la sede più adatta per
esaminarle dettagliatamente. Ci basta ricordarne solo alcune, come
il progresso della civiltà, che impone l’uso di nuovi termini e
nuove strutture, i fenomeni di globalizzazione che ci costringono a
superare i confini delle singole nazioni uniformando e appiattendo
gli idiomi parlati dalle singole comunità statuali, e infine i
grandi rivolgimenti politici che ostacolano in alcuni casi
l’espansione di alcuni idiomi, favorendo la diffusione di altri che
assumono maggiore prestigio.
Se questa è la situazione delle
lingue nazionali, non è certo rosea quella dei dialetti, che stanno
vivendo una vita particolarmente difficile. Il dialetto ha infatti
una posizione secondaria rispetto a un sistema linguistico dominante
rappresentato dalla lingua nazionale; è usato in aree geografiche
limitate e da gruppi sociali ristretti; è normalmente escluso in
ambito ufficiale e tecnico‑scientifico. Alle limitazioni e alle
difficoltà insite nel concetto stesso di dialetto se ne sono
aggiunte altre in questi ultimi decenni caratterizzati dal vorticoso
progresso che sta quasi travolgendo le istituzioni sociali e
modificando profondamente le nostre conoscenze in ogni campo. A
tutto ciò si aggiunga la rapida trasformazione dall’antica civiltà
agricola e pastorale a quella industriale che comporta nuovi stili
di vita e quindi nuovi codici di comunicazione, ai quali le parlate
locali spesso non hanno avuto il tempo di adeguarsi. Si consideri,
infine, che quasi tutti i dialetti sono lingue orali e non scritte e
non hanno perciò un sistema ortografico codificato, che possa
aiutarli a difendersi dagli attacchi che subiscono dalle lingue
dominanti attraverso la stampa e la televisione.
Se da questa situazione
generale rivolgiamo il nostro sguardo all’Italia, possiamo
affermare, senza tema di smentita, che i nostri dialetti dimostrano
ancora oggi una grande vitalità e questo anche perché hanno una
plurisecolare tradizione storica e culturale che attenua senza
dubbio la loro posizione di subalternità, per cui i dialettofoni
continuano ad usarli senza complessi di inferiorità, colmando
eventuali insufficienze lessicali con neoformazioni e con prestiti
da altre lingue.
In questo variegato panorama
nazionale occupa un posto di particolare rilievo il dialetto
siciliano che, oltre a un uso abbastanza frequente presso quasi
tutte le classi sociali, può vantare una ricca produzione letteraria
che va dalla Scuola poetica siciliana di Federico II ai nostri
giorni. Sappiamo bene che le opere in prosa sono abbastanza rare,
mentre sono particolarmente numerose quelle in versi. Si ha
l’impressione che usando il proprio dialetto i poeti isolani, oltre
a continuare una millenaria tradizione, vogliano rinverdire le loro
radici e mantenere viva la lingua trasmessa dagli avi.
Ma non tutte le raccolte di
poesie siciliane che vengono alla luce sono degne di attenzione.
Molti autori non riescono a scegliere tra le numerose parlate
isolane quella più adatta per esprimere con armonia e spontaneità i
loro sentimenti, ma restano prigionieri di una presunta koinè
dialettale che si sono arbitrariamente costruiti. Altri non hanno un
sistema ortografico coerente, per cui diventa spesso un rebus la
lettura dei loro versi. Altri, infine, non sanno che cosa sia la
struttura metrica dei versi e pensano che per fare poesia basta
mettere insieme termini arcaici, che solo pochissimi oggi conoscono,
e costruire strutture sintattiche contorte che rendono artificiosa
l’espressione dei loro sentimenti.
Per fortuna da questo mare
magnum di modesta produzione poetica emerge qualche opera che non
solo fa vibrare le corde più profonde del nostro cuore, ma ci fa
gustare la bellezza e l’armonia della nostra parlata dialettale. Tra
queste raccolte poetiche eccellenti possiamo annoverare senza dubbio
il recente volumetto di Alfio Patti dal titolo originale Nudi e
crudi, che comprende 34 poesie di varia estensione, suddivise in tre
sezioni: Carusanza (6 liriche), Matelicheria (13), Saccurafa (15).
Ogni poesia è accompagnata
dalla traduzione in lingua italiana, fatta dallo stesso autore, che
ci aiuta a capire l’esatto valore semantico di alcuni termini
polisemici che potrebbero creare qualche difficoltà ermeneutica per
chi non conosce le molteplici sfumature del lessico siciliano.
L’introduzione, breve ma densa di significato, è affidata alla penna
magistrale di Mario Grasso, che in poche righe riesce a cogliere i
sentimenti più profondi dell’autore e la ‘filosofia’ della sua vita.
La veste tipografica, curata nei minimi particolari, rispecchia
appieno la tradizione di eleganza e di stile della casa editrice
Prova d’Autore.
Oltre che per questi elementi
che potremmo dire esteriori, questo volume di Patti si impone
all’attenzione del lettore soprattutto per la solida struttura, per
la varietà e l’originalità dei temi trattati, per il sapiente uso
del dialetto e per l’armonia dei versi.
Per quel che riguarda la
struttura ci limitiamo a dire che i temi trattati ben si adattano al
titolo di ciascuna delle tre sezioni. Le sei poesie di Carusanza
cantano momenti della prima giovinezza, rivisti però sotto la luce
di una nuova e più matura esperienza umana. Si vedano, ad esempio, i
versi di Santu e riccu nei quali alle corse in bicicletta fatte dal
ragazzino per soddisfare le richieste della nonna, si contrappongono
le corse in macchina dell’uomo maturo smanioso di arrivare ad una
meta, che resta però avvolta nel mistero. Anche la poesia
T’affacciasti richiama un’esperienza che quasi tutti i ragazzi una
volta facevano: il corteggiamento della donna amata passando e
ripassando davanti alla sua porta, e facendo segni di intesa per
fissare un appuntamento, che però in questo caso non giunge a buon
fine perché il giovane non può raggiungere il luogo convenuto.
Su temi diversi si sviluppano
le 13 poesie della seconda sezione, tra le quali ci soffermiamo un
attimo a considerare quella che le dà il titolo: Matelicherìa,
sostantivo che deriva dall’aggettivo matèlicu. L’etimologia ci fa
risalire a Matelica, cittadina in provincia di Macerata, ma non ci
aiuta a capire i molteplici significati che Matèlicu ha assunto.
Vale infatti: 1) eccessivamente meticoloso; 2) antipatico; 3)
sputasentenze; 4) lezioso, smorfioso; 5) schifiltoso; 6) rozzo,
villano. Se tutti questi concetti stanno alla base di matelicherìa,
questa parola non può significare solo ‘leziosaggine’, come si legge
nel Vocabolario Siciliano di Piccitto‑Tropea. Ha fatto bene, quindi,
Alfio Patti a tradurlo ‘antipatia’, cogliendo appieno il nucleo
semantico che questo termine ha nella sua poesia. Scostante e
antipatico appare infatti l’onorevole che si fa la propaganda
elettorale andando di porta in porta tra la povera gente. Egli
mantiene un atteggiamento di schifiltosa superiorità (“U nasu s’arrizza,
tantu c’è tanfu. / Du’ jita stringiunu i manu”), che serve da
orpello alle promesse che elargisce, ma che non saranno mantenute.
Anche se fotografa e
rappresenta poeticamente una situazione sociale oggi molto diffusa,
questa poesia non può dare da sola l’idea della ricca tematica di
questa seconda sezione, nella quale l’autore ha inserito alcuni
componimenti che mettono a nudo i recessi più profondi della sua
anima, e fanno riflettere il lettore su problematiche alle quali è
difficile dare risposte obbiettive e condivise da tutti. In questo
ambito va collocato senza dubbio il soliloquio che si trova quasi a
metà del volume e che ha un titolo accattivante Muschittarìa ppi na
parrata a sulu. In esso il poeta dialogando con se stesso affronta
tre problemi che tutti gli uomini almeno una volta nella loro vita
si sono posti: che cos’è la vita?, che cos’è la morte?, dov’è Dio? E
a ciascuna domanda dà risposte personalissime, che possono non
essere condivise, ma che testimoniano il suo tormento e la sua sete
insaziabile di certezze alle quali aggrapparsi per raggiungere la
pace dell’animo e vivere felice.
La ricerca della religiosità
aveva fatto la sua apparizione nella poesia intitolata Stasira,
inclusa nella prima sezione. Il poeta passando davanti a una chiesa
sente un tuffo al cuore. Entra e cerca di pregare, ma la sua fede
non è abbastanza forte da fargli superare tutti i dubbi che lo
attanagliano, per cui esce senza avere formulato la sua preghiera,
ma con l’intenzione di cambiare atteggiamento: Iù, stasira, / haiu
cori di cangiari.
Ma i propositi dei giovani non
vanno sempre a buon fine. Per cui in Prijiera, con un respiro più
vasto e un più profondo tormento, ritorna a riflettere su Dio e su
alcune risposte che trova nei testi sacri, senza raggiungere però
risultati positivi. Anzi l’atteggiamento che il poeta assume è
polemico e lo spinge a fare considerazioni aspre e pungenti come la
punta di una spada (Signuri unni si? / Ti nni futtisti d’i me’
frati, / d’i me’ patri, / d’i me’ figghi?). La sua reazione non
scaturisce solo dall’ambito familiare ma coinvolge tutta l’umanità,
perché da alcuni versi molto significativi si evince l’inutilità
della vita priva di gioie e di godimenti, e la vittoria della forza
bruta che non viene affatto bloccata dall’Essere Supremo (Cchi nni
facisti a ffari? / Vinci sempri u cchiù forti / e a to forza unn’è?).
Questo pessimismo lo ritroviamo
in tante altre liriche, che bisognerebbe esaminare singolarmente per
apprezzare la varietà dello stile e la molteplicità delle situazioni
che il poeta sa sfruttare per raggiungere il suo scopo. Nella poesia
Nugghi (terre sterili), ad esempio, si susseguono varie immagini
(come la mancanza di rugiada, la candela che brucia le ali della
falena, l’albero che barcolla quasi per salutare il sole che
infastidito se ne va, la luna che aspetta un profondo mutamento
della situazione, l’universo che invia parole stanche), che sembrano
staccate l’una dall’altra, ma che trovano il loro punto di fusione
nell’ultimo verso: I terri addivintaru nugghi. Verso che, oltre al
suo significato letterale, ne ha uno metaforico molto profondo,
perché sottolinea il lento esaurirsi della linfa vitale che alimenta
tutto il creato.
Altrettanto ricca di temi è la
terza sezione che ha come titolo una parola di origine neogreca:
saccurafa ‘ago da sacchi’. Negli ultimi versi che concludono il
volume il poeta ci spiega lo scopo di questa sua scelta: Vogghiu
cogghiri, / comu na saccuràfa, / tutti i punti persi / di sta vita
ca si scusi / jornu dopu jornu. Sulla scorta di queste parole
sarebbe assurdo pensare che siano qui raccolte e cucite insieme le
briciole della precedente produzione poetica di Alfio Patti, cioè
quello che non aveva trovato posto nelle sezioni precedenti o nei
volumi già pubblicati: Canti di petra lava (Caltanissetta, 1985);
Una vita di scorta (Roma, 1989), La parola ferma in gola (Catania,
2003). Invece, chi legge le 15 poesie di questa terza sezione
troverà non solo temi nuovi, ma anche una nuova capacità di
trasferire in immagini i propri sentimenti. Sembra quasi il preludio
di una nuova stagione poetica, come lasciano intravedere alcuni
versi della poesia senza titolo che si trova a pagina 63: Sta
agghiurnannu, / quattru carusi sbannuti s’arricogghiunu. / ‘N jornu
comu tanti sta ucchiannu. La ricerca spasmodica della verità
metafisica si è un po’ attenuata, ma è rimasta ancora la visione
pessimistica della vita che si riflette anche nei paesaggi cantati
dal poeta: ‘N jornu di na vita nfamia e ruffiana, / unni non havi
vucca la campana, / unni l’aria salìa spranzi / ‘nzemmula a fogghi.
La luna, la sera, la pioggia, la nebbia, le strade e le piazze
deserte che avevamo incontrato nelle prime due sezioni si ritrovano
qui, anche se soffusi talvolta di malinconia. Il sole appare poche
volte e non è rappresentato come fonte di luce che si contrappone al
buio della notte, ma come un astro infuocato che brucia tutto: E ntô
filu d’ô menzujornu, / quannu u suli cutiddiava i strati / e i
carusi jucavanu a zuppiddu, / p’accurzari a trazzera d’u tempu, / a
negghia non c’era (in Arrivau a negghia).
Queste brevi notazioni non sono
sufficienti, a nostro avviso, per cogliere appieno il valore della
poesia di Alfio Patti. Bisognerebbe commentare ogni singolo
componimento per metterne in luce l’originalità e le solide basi
culturali dalle quali scaturisce, ma questo ci porterebbe molto
lontano dai limiti che ci siamo prefissi. Non possiamo fare a meno
però di fare qualche osservazione sulla lingua di questo poeta,
lingua che è la sostanza stessa della poesia.
Patti ha scelto di scrivere in
siciliano ed in primo luogo ha superato brillantemente tutte le
difficoltà ortografiche che s’incontrano nella normale trascrizione
del dialetto. Ha usato con la giusta parsimonia accenti acuti, gravi
e circonflessi, apostrofetti e consonanti doppie in posizione
iniziale che non si trovano in italiano. Per cui diventa abbastanza
facile non solo la lettura, ma anche l’interpretazione di alcune
parole e di interi versi.
Per quel che riguarda il
lessico e le strutture morfosintattiche egli ha preferito il suo
dialetto, cioè quello della Sicilia orientale ben rappresentato
dalla parlata catanese. Ma anche in questa scelta è stato molto
oculato evitando termini troppo peculiari che avrebbero potuto
creare qualche problema a lettori sprovveduti. Non ha esitato
comunque a usare la parola arcaica o rara quando lo richiedevano
particolari esigenze poetiche. Si legga, ad esempio, la seguente
strofe della poesia intitolata Parola: A risatedda d’u ntrabuniri, /
salutatu d’aceddi a sbardu, / si purtau a furma e i cunfini. Il
concetto è semplice ‘all’imbrunire non si distinguono bene le forme
e la posizione delle cose’, ma il poeta lo ha espresso con una vis
poetica e una ricchezza di immagini eccezionali: ‘il sorriso del
crepuscolo’, ‘gli stormi d’uccelli che salutano la fine del giorno’,
‘l’oscurità che porta via la forma e i contorni delle cose’.
Basterebbe questo solo esempio per dimostrare la ricchezza e la
novità del linguaggio che troviamo in questo volume di Patti. Ma non
possiamo fare a meno di sottolineare l’uso appropriato di
espressioni popolari, che non hanno un significato pregnante, ma
sono beffarde e ricche di musicalità: Ccu trìcchiti e ballàcchiti, /
quattru di furma e quattru di sola, / ni futteru a stidda Dia. E
ancora: Ppi ddi facci ncripidduti / (e u suli e u sali). / Ppi
vinnuti e vinnituri / (e a lenza e a vilanza). / Ppi traduti e
tradituri / (e a minzogna e a ngnuranza).
Accanto ad esse egli usa anche
qualche parola presa in prestito dalla lingua italiana, come ad
esempio endometriu ‘mucosa che riveste l’interno dell’utero’, perché
il dialetto non ha un termine specifico per esprimere questo
concetto: Addevi c’addattati u latti fattu ‘n casa, / e acqua nt’ô
quatu n’a jisterna / ccu mazzamareddi janchi a ficundari / e l’endometriu
prontu ca rricivi. E questo è un altro carattere positivo della
lingua di Patti, perché i prestiti insieme con le neoformazioni
servono ad arricchire il lessico. Per quel che riguarda la metrica
il nostro poeta usa costantemente il verso libero, che gli permette
di esprime con la dovuta forza tutta l’armonia interiore di cui è
ricco. Non ha bisogno, infatti, di rime che spesso trasformano i
componimenti poetici in stucchevoli cantilene, gli basta qualche
assonanza, qualche consonanza e la corretta posizione degli accenti
in ciascun verso per creare liriche armoniose e musicalmente
gradevoli.
Concludendo, riteniamo che con
questa raccolta di poesie Patti abbia dato un contributo notevole
non solo alla poesia siciliana, ma anche al linguaggio letterario
isolano, dimostrando come si può poetare in dialetto innovando e
raggiungendo vette altissime. Per cui, oltre ad augurare grande
fortuna a questo libretto, formuliamo l’auspicio che presto il
nostro autore dia alla luce altre opere pregevoli come questa.
Giuseppe Gulino
già docente di
Dialettologia
all'Università di Catania
Articolo tratto da
Lunario Nuovo Rassegna mensile
di Scrittura creativa diretto e fondato da Mario Grasso - nov. 2006
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La rapsodia della vita
Spunti per una lettura di “Nudi e crudi” di ALFIO PATTI (Prova
d’Autore, 2006)
La seconda raccolta di versi di Alfio Patti presenta una struttura
tripartita: si parte dai ricordi della “carusanza” e, passando
attraverso la “matelicheria” del presente, si approda alla “saccurafa”,
ideale ago per ricucire il tessuto lacero dell’esistenza umana con
il filo della memoria. L’inizio è segnato da una dichiarazione
doppia, di argomento e di poetica, e questo ne fa una sorta di
proemio: in “Arrivau a negghia” si disegna lo scenario che dominerà
i versi con tocchi rapidi e densi, non impressionistici ma, per la
loro intrinseca forza, capaci di farsi linee portanti dell’opera dal
punto di vista tematico: i “carusi/scausi e nudi” sono assoluti
protagonisti di una ideale giornata vissuta su quelle strade che
diventano il teatro (reso quasi sacro dalla memoria) in cui si
svolge l’umana commedia dell’infanzia. La nebbia, con la sua
caratteristica di elemento che impedisce di vedere, e quindi isola,
allora “non c’era”, e questo dato visivo rimanda immediatamente ad
una dimensione in cui si comunica senza schermi. Il nume tutelare di
quel tempo così caro e dolce è “don Tanu, mastru d’ascia”, che resta
sullo sfondo poiché non è una figura chiaramente connotata: questo è
molto bello perché lo introduce “’nta sta favula antica” lasciando
la fantasia dei lettori libera di spaziare e d’immaginarselo ora
vicino di casa, ora nonno premuroso e dolce, ora infine –ed è
l’immagine che in chi scrive è affiorata per prima alla memoria-
come una sorta di Geppetto intento a dirozzare un pezzo di legno che
diverrà poi il più discolo dei bambini, curioso , bugiardo e
assetato di vita tanto da assurgere ad emblema di ogni bambino
e-perché no- di questi “carusi” fra cui si adombra la figura del
protagonista. In “Parola” l’accento si sposta sul mezzo con cui si
dipingerà questo grande affresco : la parola, appunto. Anche qui
curiosamente ritorna lo schema della prima lirica, che racchiude
emblematicamente entro i confini di una giornata l’esperienza e le
potenzialità della parola, capace di cantare “’u suli autu” dell’età
verde con la forza delle emozioni che vi sono connesse e di divenire
com’esso “forti e chiara”, e “u suli aggiuccatu” di ciò che finisce,
quando essa, “rauca”, “muzzica ‘u silenziu”. E ancora, quando il
silenzio ha divorato forma e confini, essa si erge con il suo potere
eternatore e diventa “cuntu”, cioè racconto, canto, rapsodia che
ricuce ed eterna la vita dell’uomo. Nella ricchezza delle
suggestioni che evoca, questa lirica può essere paragonata all’oraziano
“exegi monumentum aere perennius”, ripreso poi dal Foscolo dei
“Sepolcri”. Si evidenzia, nella chiusa di questa lirica, uno schema
che ricorrerà altre volte , specie nella prima sezione della silloge
(schema che non è solo esteriore, retorico, strutturale, ma è legato
ai meccanismi della memoria): quell’aura di sogno che domina il
dolce, elegiaco canto dell’infanzia lontana e preziosa, viene a un
tratto bruscamente spazzata via, come in un risveglio improvviso,
dal ritorno al presente, che irrompe con la sua urgenza. Il senso
del cambiamento viene trasmesso ai lettori con una gravitas che solo
noi siciliani, pur nella nostra solarità (anzi, direi proprio in
virtù di quella!) sappiamo avere, senza sentimentalismi e
compiacimenti di sorta, ma con la solennità di un sipario che cala
improvviso sugli uomini e sulle loro vicende (anche qui, a proposito
di chiuse e ideali “sipari”, gli echi classici si sprecano: dal
virgiliano “maioresque cadunt altis de montibus umbrae”(Verg., Ecl.
I, 83) al foscoliano “finchè splenda il sol su le sciagure umane”
(Sepolcri, 295).
Esempi ne sono “ ‘u scuru” che “m’abbrazzò” dopo che la parola
divenne racconto, il “poi/ m’arrusbigghiai, all’antrasatta” nella
lirica “Santu e riccu” (bellissimo e antico, qui, il gesto
benedicente della nonna, segno di autentica fede e di amore
profondo, interpretato dal piccolo nipote come una mera captatio
benevolentiae), che segna lo stacco fra il racconto dell’infanzia
beata e la doccia fredda della notizia della morte, e la chiusa
stessa della lirica, in cui, a completare il gioco oppositivo
passato-presente in termini di
passato=gioia(illusione)/presente=dolore (disillusione), si pone in
campo l’infanzia del figlio del protagonista-autore, protetto dal
padre che non lo sveglia e “tira dritto” per recarsi al funerale.
Sulla medesima linea si collocano l’immagine del cortile antico dove
il protagonista è cresciuto, che “non smamma cchiu’ carusi”, e
ancora l’inizio e la fine dell’ultima lirica di “carusanza”,
contrassegnati da due versi-sipario: all’inizio “t’affacciasti/e ppi
mia agghiurnau” e alla fine “non mi vidisti arrivari/e ppi tia
scurau”, dove l’improvviso cambio di scena è dovuto all’azione
dell’amore che sconvolge tutto , e fa “agghiurnari” quando arriva e
“scurari” quando tarda: è l’antico potere dell’amore (l’Amor omnia
vincit di ovidiana memoria). Il soprassalto è presente pure in “Stasira”,
espresso con un bel termine siciliano, “arrisatari”, cioè
“sobbalzare”: qui si tratta di un sentimento profondo, oscuro, non
ben definito, che si presenta al cuore del protagonista e lo spinge
ad entrare in una chiesa, da adulto (e quindi disilluso) per
impostare una preghiera con Dio, sicuramente da Lui stesso
sollecitato a questo dialogo, che però si ferma laddove il
protagonista riconosce che , pur stando vicino a Dio, non è facile
non fare il male, mentre un desiderio di cambiamento, suscitato da
Dio stesso ma vissuto come se fosse venuto da dentro, si fa strada
nel cuore .
Passando a “matelicheria”, nella prima lirica , “ ’A rrunna ”,
l’opposizione fra passato e presente si fa schema per approcciare
temi che sono più vicini agli ideali del protagonista-autore: il
ragazzo scalzo e nudo di una volta è diventato un giovane adulto che
sogna di cambiare il mondo.
La vita associata è concepita sempre come una sorta di militanza: da
bambini si stava in fila nelle situazioni in cui l’ordine era
probabilmente imposto dai grandi, mentre da adulti si sta in cerchio
, facendo fronte comune per piantare un seme nuovo nel mondo - un
mondo da cambiare con la forza rivoluzionaria dei sogni. Qui si
adombra chiaramente la militanza politica giovanile dell’autore e il
suo mondo di ideali non ancora spenti al modo delle “fole”
leopardiane, ma vivi pur in un presente non maturo per accoglierli e
che aspetta ancora “tempi scammisati”. Qui è notevole il fatto che
l’immagine della nudità si riferisca all’ambito politico-ideologico:
essa è un vero e proprio leit-motiv che percorre la silloge,
dall’immagine iniziale dei “carusi scausi e nudi” fino a qui,
tracciando un percorso segnato dalla nuda essenzialità, da una
crudezza che si applica tanto all’ambito della propria infanzia
quanto al modo di concepire gl’ideali più elevati. Il pessimismo che
accompagna la presa di coscienza della realtà non riesce a spegnere
la fede nell’uomo e nella sua dignità, la sete ardente di vita
adombrata nei numerosi riferimenti al desiderio di rinascere non in
un’altra, ma in questa medesima dimensione.
Il presente è vissuto come aridità e isterilimento, come un
incombere della notte. Perfino lo “sciusciamaccu”, cioè lo sciocco,
riesce ad essere triste, abbandonando la sua incosciente allegrezza.
Le lacrime come un balsamo bagnano la pietra inaridita su cui cadono
, le ossa sono rotte e il cuore “agguttatu”. Nella sezione finale “saccurafa”,
si rivela l’intento del poeta di usare la parola e la memoria come
strumenti privilegiati per ricostruire “i punti persi/di sta vita ca
si scusi/jornu dopu jornu”. Il poeta è artigiano-artista, che
recupera e attualizza il passato fissandolo con l’ago della memoria
e il filo del dialetto, pregnante e vivido come una ferita sulle
carni, da cui spurga un perenne salasso d’umanità.
Notevole è l’uso del dialetto. Patti qui combatte con quella che i
Latini chiamavano “patrii sermonis egestas”: anch’egli, come il
romano Lucrezio, si affida ad una lingua antica, che ha sapore di
latte materno e profuma della ruvida saggezza dei padri, ma si
accorge che essa, ai tempi nostri e a causa dell’elaborazione
letteraria cui è sottoposta, non ha parole per dire alcuni concetti
che appartengono al lessico scientifico, quali “endometrio”,
“ossidiana”, “selenio” ed altri, i quali vengono lasciati come sono,
salvo adattarne le desinenze e il vocalismo a quelli del siciliano
(l’endometrio citato sopra diventa “endometriu”, il selenio “sileniu”).
Alle volte sono presenti dei sorprendenti conii di composti come
“jocafocu” per dire “kamikaze”, in cui l’inventiva verbale
dell’autore riesce ad esiti geniali che coniugano culture distanti e
questo, insieme con l’universo d’immagini che si piega a cantare,
rende la lingua di Patti aristotelicamente “straniata” e quindi
estremamente letteraria.
Alfio Patti è un temperamento passionale, graffiante e profondamente
malinconico, e questo emerge anche quando piange composto, quasi in
silenzio, la fine della “carusanza” con le sue ruvide innocenti
gioie.
Nudi e crudi non sono solo i versi di Alfio, ma anche gli uomini che
popolano il suo mondo di ricordi, con le ginocchia facilmente
sbucciate su strade pietrose e assetate d’acqua che non sono meno
“nude e crude” esse stesse dell’umanità cui fanno da teatro; e “nudi
e crudi” sono infine i ricordi stessi, che affiorano alla mente
dell’adulto con la freschezza diafana di un acquerello le cui tinte
si fanno d’un tratto forti nel momento in cui, per il confronto con
il presente, essi escono dalla dimensione del sogno e della visione
e palesano la loro natura di brandelli d’anima, ancora grondanti di
sangue, di quel sangue che si sparge ogni giorno idealmente in
ingrato sacrificio al dio cattivo della fatica, che nega agli uomini
il diritto a godere e li costringe a traslocare sempre da una casa
all’altra. Emerge l’attaccamento sanguigno e quasi carnale ad una
vita piena d’affanno, la cui unica religione sono i ricordi della “carusanza”,
vissuta anch’essa su strade scomode, aspre e accidentate, ma
riscattata comunque dal sogno che accompagna l’età verde. Nudo e
crudo è il dialetto con la sua caratteristica di strumento
comunicativo immediato, forte, pregnante, sanguigno come questi
ricordi, un modo di esprimersi in cui è impresso a fuoco il marchio
atavico e ancestrale dell’umano, spoglio di ogni orpello retorico
eppure carico di sogno come non ci si aspetterebbe da un popolo come
quello siciliano in cui anche le donne sono forti e in grado di
essere delle vere “matriarche”. Eppure questo mondo è soffuso di una
dolcezza, di una sensucht che scaturisce, come sempre quando è
autentica, dal dolore, di cui è raro e prezioso distillato.
Elio Distefano
poeta e critico
Articolo tratto da
Lunario Nuovo Rassegna mensile
di Scrittura creativa diretto e fondato da Mario Grasso - nov. 2006
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