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Horst Szymaniak

Il Golden Ex, rosso azzurro uber alles

 

di Alessandro Russo

 

Accolto a Fontanarossa da una folla festante, il 23 agosto 1961 giunge all’ombra dell’Etna il primo tedesco non attaccante nei campionati di pallone del Belpaese.

Atleta elegante e inesauribile, proviene dal Karlsruhe, ha ventisette anni ed è un mediano. Porta il nome di Horst Szymaniak e sul rettangolo verde è il marcatore della fonte di gioco nemica.

Il suo ruolo è far da collante fra difesa e centrocampo ma sa fare anche la mezzala. Nella zona nevralgica del campo, è un grande trascinatore e, da calciatore polivalente, tocca spesso a lui inventare l’assist smarcante. Ringhioso sulle caviglie avversarie, lucido negli appoggi e dotato di classe cristallina, ama la birra il giovanotto. Approfitta delle vacanze per berne più del solito e, poco prima di indossare la maglia rossazzurra, la polizia tedesca lo pizzica alla guida in stato di ebbrezza.
 

Splendido e possente centrocampista d’attacco, sa essere aggressivo e propositivo. È Horst che presiede il quadrilatero del centrocampo rossazzurro; con tocchi di prima e lanci illuminanti di quaranta metri estasia il suo pubblico. Volitivo ed abile nei movimenti, è un vero artista del calcio e lega immediatamente con mister Carmelo Di Bella. “Nessuno può competere con lui – parola di ‘Shimmi’ – dal punto di vista tecnico ed umano; è il miglior allenatore che abbia mai conosciuto.”
Fa faville in groppa all’elefante Horst Szymaniak e, con il vento in poppa, il veliero rossazzurro solca i mari della serie A.

Suoi compagni di battaglia sono Alvaro Biagini, Memo Prenna e Beppe Vavassori; durante il primo campionato gioca trenta gare e mette a segno quattro marcature.
Intanto riceve la nomination come miglior calciatore europeo per il prestigioso premio del Pallone d'Oro, organizzato da France Football vinto poi da Omar Sivori.
Nella stagione successiva 1962-63, Horst veste la casacca rossazzurra trentadue volte e realizza altre quattro reti. È un campione di continuità, i tifosi lo chiamano “il tedescone marca liotru” e lo adorano.
 

Nell’estate ‘63 è dell’Inter, dove diventa la controfigura di sé stesso, poi si accasa al Varese, prima di tornare in Germania, nel Tasmania 1900 Berlin. Finisce la carriera negli U.S.A a Chicago ma non si sente a suo agio perché gli americani vanno matti solo per il baseball. “Ho sbagliato: dovevo restare rossazzurro. A Catania mi trovavo meravigliosamente, a questa città sono legati i momenti più belli della mia carriera; il clima è fantastico e la gente cordiale, ma quando ci torno per qualche spicciolo di vacanza alla plaja ritrovo le strade ogni volta più caotiche".
Gioca a pallone, fa il minatore, l’autista di camion, l’operaio sulle gru, il bagnino e il postino: la sua è una vita da romanzo.

Negli ultimi tempi subisce parecchi interventi chirurgici.
Si isola, sta in silenzio chiuso nei suoi ricordi in una casa di riposo di Melle.

Lì, il 9 ottobre 2009, si spegne a settantacinque anni l’unico rossazzurro convocato nella selezione del Resto del Mondo per giocare con Pelè e Yascin.

Era nato a Erkenschwick, nel popoloso bacino della Ruhr, il 29 agosto 1934.

Con la sua scomparsa, se ne va un simbolo dorato dell’Elefante rossazzurro, uno degli eroi storici; uno fra i più grandi della squadra etnea di tutti i tempi.

 

 

Sopraffatto da un’avvolgente malinconia, inserisco il cappuccio sulla mia penna biro; domattina - dico tra me - continuerò a scrivere per ‘Il Catania Magazine’.
 

Quando ero ragazzina, – in mio soccorso telefonico c’è la scrittrice Vera Ambra, presidente di Akkuaria – «il solo argomento di cui si parlava in casa era l'opera lirica: tra Mario del Monaco e la Divina Callas la nostra vita era scandita tra la rappresentazione di un'opera in tivù, che trasmettevano di frequente per allietare i nostri animi anoressici. Al di là di tutto ciò non si affacciava mai nessuna novità.
Invece - apriti cielo che iddio ti assiste - un giorno, non so come, l'ora del pranzo domenicale fu anticipata di molto. Appena finito di mangiare papà mi disse: "Amunninni ca ti portu a vidiri 'na partita di palluni".
Al tempo non avevo compiuto nemmeno dieci anni e una proposta del genere mi mise addosso il fuoco dell'Etna.
La mia manina era ben stretta in quella di mio padre mentre da Picanello raggiungevano Cibali.

Strada facendo mi disse che mi portava allo stadio per farmi vedere un giocatore straniero che si chiamava ... Zimma (Szymaniak).
Nel mio immaginario di giovane bimba la parola zimma era molto simile a quella che spesso mi ripeteva la mamma: "'Na sta casa fati sempre zimmu".
Di sicuro, pensai, doveva essere una persona molto disordinata, per questo motivo gli avevano esso un nome così... e mi lasciai andare alle mie fantasie, avvolgendomi nel benessere di quell'inaspettata novità.
L'argomento calcio non era mai entrato tra le nostre mura domestiche e la novità di quella domenica del 1960 era abbastanza ghiotta. Papà mi aveva raccontato, prima di giungere allo stadio, che nella formazione rossazzurra del Catania si era aggiunto Szymaniak, un giocatore tedesco titolare della nazionale con cui ha partecipato ai calciomondiali. In tutta Catania non si faceva altro che parlare di lui con un tale entusiasmo che perfino ad uno come mio padre, tutto dedito alla casa, al lavoro e all'opera lirica, gli spuntò il desiderio di andare allo stadio.
Io, dall'altro dei miei dieci anni ancora da compiere, mi sentivo grande e mai come in quel momento mi resi conto che sarei dovuta essere io il maschio che papà desiderava come figlio maggiore. In famiglia c'era, ma mio fratello Mario aveva appena tre anni e non era il caso di portarselo appresso. Invece io sì; ed ero molto orgogliosa di trovarmi al fianco di papà che mi portava a vedere la partita di pallone.

 


Entrammo allo stadio ed eravamo a pochi metri dalla rete che divideva il pubblico dai giocatori.
I calciatori del Catania, insieme a quelli della Fiorentina, erano impegnati a far riscaldamento sul campo. Mentre ero immersa nei voli pindarici della mia fantasia, d’improvviso tutte le persone presenti allo stadio si alzano all'impiedi e la visibilità del campo, data la mia scarsa statura fu fortemente penalizzata: ci fu il calcio d’inizio. Mammamia come erano concitate le persone attorno a me e in determinati momenti tutti insieme inveivano contro l'arbitro dicendocene contro di tutti i colori, quasi che lui stesso - in generale - fosse la causa di tutti i malesseri del mondo. Lui, se ne stava lì in mezzo, con indosso la sua divisa nera; con il suo fischietto in bocca sembrava un vigile che strombazzava nel traffico di un incrocio, che correva da una parte all’altra del campo senza fermarsi mai.

 


 

La fila di gente di tanto in tanto si scansavano di un passo indietro perché passava l'omino con le ‘bippite’, le bottigliette di gazzosa, aranciata e coca cola.
Con gli occhi puntati in avanti, finalmente mio padre mi indica questo ‘Zimma’ così bravo e intanto cercai di seguirlo con gli occhi. Con il suo bel viso quadrato, spalle larghe e cosce scoperte, sembrava un gladiatore che nell'arena difendeva i più deboli. Era un gigante biondo e rubicondo dalla grandissima personalità che accoppiava la potenza all’eleganza. Di più era una forza della natura, capace di entrare in scivolata e beffare sul tempo ogni avversario.
Inseguo meglio con lo sguardo Zimma, con addosso la maglietta a strisce rosse e azzurre e il numero otto cucito sulla schiena. ‘Michelotti passa a Castellazzi’ sbraitò ad un tratto un tizio seduto accanto a me, poi d’improvviso uno schiamazzo collettivo ‘Il Catania ha segnato, uno a zero!’ Tutti scattano in piedi e intanto papà mi stringe forte e mi abbraccia, imprimendomi nel cuore un ricordo indelebile.
Passano altri cinque minuti: un nuovo grido a squarciagola ‘Gooooooooool di Zimma, due a zero per il Catania.’

 

Articolo - in versione originale - di Alessandro Russo,

tratto dalla Rivista Catania Magazine

 

 

 

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