Franco
Zarpellon
SPECCHI DI CARTA
RIFLESSI DI SETA
Edizioni Akkuaria, Catania, 2007
Questa raccolta di racconti del veneziano Franco Zarpellon appare
un'opera del tutto inconsueta nel nostro panorama nazionale.
Difficilmente, proprio per questo, avrebbe potuto trovar posto nei
cataloghi dei nostri editori maggiori, anche se per qualità non vi
avrebbe certo sfigurato: onore al merito, dunque, alle Edizioni Akkuaria
e alla loro direttrice Vera Ambra, poiché compiono un lavoro di proposta
aperto anche a ricerche non convenzionali.
Diverso da tutte le linee predominanti, Specchi di carta riflessi di
seta è un bel libro,ma non è un "libro bello": nel senso che non
appartiene al filone delle opere rassicuranti, anzi risulta a suo modo
inquietante.
Non si fraintenda: non è un libro del brivido o del mistero, né giallo
né d'orrore, e insomma nulla condivide con questi generi tanto
apprezzati oggi dall' editoria (poiché tanto richiesti dal pubblico, o
forse viceversa). La sua carica d'inquietudine si annida
nell'eterodossia con cui vengono narrate le storie, di per se stesse
assai "normali", e gli equivoci ai quali i protagonisti vanno incontro
(coinvolgendo nella medesima equivocità il lettore) sono insiti nella
struttura stessa della narrazione, non tanto quindi nelle vicende quanto
nel 1oro rapportarsi con lo sguardo di chi le osserva e di chi le vive.
Gli specchi e i riflessi evocati nel bel titolo sono elementi tutt'altro
che casuali, poiché di specchi e di riflessi questo libro si sostanzia
intraprendendo un gioco di rimandi, scatole cinesi e persino
permutazioni (capiranno i conoscitori della matematica) che vanno ben al
di là dei puri e semplici intrecci. Così come non sono casuali la carta
e la seta, l'una deputata ad essere specchio solo nel senso mediato
dalla scrittura, l'altra ad interpretare un elemento che riflette la
luce ma non le forme e, inoltre, al tatto risulta piacevolissima ma
anche assai sfuggente.
I
racconti sono tredici, quattro più nove per la precisione, numeri anche
questi che dicono qualcosa: i primi quattro dedicati appunto al tema
della scrittura nel suo rapporto con la vita e al dubbio, sempre
possibile, di quale delle due venga prima, a chi si debba insomma
l'invenzione dell' altra e - infine alla domanda su chi sia
effettivamente l'autore dell' esistenza che giorno per giorno
interpretiamo. Un'incertezza che si esplicita nei nove racconti della
seconda parte, giocati su intrecci che portano in primo piano
l'incertezza e l'indefinibilità dei ruoli, l'interscambio tra realtà e
dimensione onirica, l'impossibilità di fissare riferimenti indiscussi e
oggettivi una volta per tutte: si distanzia da questo schema l'ultimo
testo, che (pur molto riuscito) ha una struttura più tradizionale e,
rievocando la storia della famiglia dell' autore, sembra voler suggerire
che l'unica possibile sicurezza si trovi nella forza delle proprie
radici.
La scrittura di Zarpellon può contenere qualche eco di grandissimi
autori come Borges, Calvino, Buzzati (oltre che, naturalmente, di
Pirandello) ma a differenza di loro non ha nulla di magico o fiabesco o
ultraterreno perché l'equivoco, il cortocircuito, è sempre psichico e
conoscitivo, mai prodigioso o emozionale.
I racconti, calati in un quotidiano a tratti gelido, spiazzano il
lettore per le loro possibili intersezioni interne, dei tempi e persino
degli attori, lasciando spesso l'idea di "aver sbagliato a leggere"
perché qualcosa, nel filo del discorso, sembra non tornare. Manca del
tutto un discorso sulla società, men che meno accusatorio: se la realtà
è raggelante non è per colpa di niente e di nessuno, è così e basta.
Ma la lettura si raccomanda perché, in questo modo, Zarpellon riesce a
mettere in campo un vero caleidoscopio di temi effettivi o possibili: la
scrittura, il tempo (come tempo di vita ma anche presenza "filosofica"
nel destino umano), l'identità nel rapporto tra sé e altro, la dinamica
degli opposti, l'inganno dell'apparenza (nulla è mai davvero del tutto
come appare), il senso degli intrecci e delle permutazioni (per cui la
parte è superiore al tutto), infine e soprattutto l'incomunicabilità che
appare una costante imprescindibile.
Tutto questo in un libro di neppure cento pagine: riassumerlo è nulla, è
opportuno leggerlo.
Recensione di Stefano Valentini, Direttore responsabile, La Nuova
Tribuna Letteraria n.90, 2° trimestre 2008
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