Al
contrario di quanto comunemente si crede, nel corso dei secoli gli artisti visivi sono
stati soltanto di rado interessati a produrre immagini fedeli della realtà, con il solo
scopo di fornire ai posteri una perenne testimonianza di come fossero una volta le cose.
Riuscire a ingannare lo
sguardo, creando qualcosa di così realistico da risultare indistinguibile dalla realtà
stessa, era certamente considerato una grande conquista artistica, e la letteratura
sull'argomento riferisce dello stupore che ciò suscitava fin dai tempi antichi: si
racconta di uccelli che beccavano grappoli d'uva dipinti o di cavalli che di fronte alle
loro immagini dipinte reagivano con gioiosi nitriti.
Ma, tutto sommato, il
trompe-l'il come genere era rimasto una nota marginale nella storia dell'arte e la
verosimiglianza era considerata più un'eccezione che la regola. Non è una coincidenza
che gli antichi busti romani che più colpiscono per il loro deciso realismo si
riconnettano probabilmente alle maschere mortuarie del culto degli antenati.
Certamente in alcune
epoche il senso della realtà ha ispirato l'arte in misura maggiore, come ad esempio si
riscontra nella pittura fiamminga a partire dal 1400 o nell'arte rinascimentale
quattrocentesca. Una raffigurazione fedele e una registrazione corretta della realtà
così come essa si presentava allo sguardo potevano essere obiettivi ineludibili
nell'ambito della ritrattistica, e ci si spingeva in tal caso fino alla realizzazione di
minuziosi calchi in bronzo dal vivo. Ma, gli storici dell'arte hanno dimostrato che, anche
quando l'illusionismo fisico era portato agli estremi della perfezione tecnica, rimaneva
pur sempre un veicolo per ritrarre quelle doti intellettuali che in realtà si mirava a
esprimere. La pura fisiologia come veicolo formale esisteva solo, e in certa misura, nella
pittura francese ottocentesca del plein air; non è quindi sorprendente che l'arte più
vicina al gusto oggi maggiormente diffuso sia proprio quella di questo movimento francese,
la cui vividezza e chiarezza si fermano alla retina e sono completamente prive di
significato. È forse necessario segnalarlo nella presentazione di una mostra dedicata a
un'arte che si autopercepisce come realistica, perché molti fra il pubblico associano
ancora erroneamente tale arte al concetto di un'assoluta fedeltà al reale.
La fedeltà al reale non
si limita alla precisa trascrizione dell'aspetto fisico. Possono entrare in gioco anche
altri criteri, come per esempio quelli del mondo della vita sociale o quelli della
psicologia individuale. Artisti con inclinazioni educative hanno scelto un approccio
socio-critico alle sfere più basse della società che dalla metà del XVIII secolo a oggi
erano state escluse dall'iconografia dell'arte. In precedenza questi individui comuni
erano stati di solito trattati soltanto con umorismo o in un modo satirico tutt'altro che
benevolo. È utile tenere a mente questi dati quando si devono esaminare insieme due
artisti di spicco nell'ambito del "senso della realtà" del XX secolo, un secolo
che è ancora quasi il presente per quanto ci riguarda: il tedesco Otto Dix, le cui opere
più significative si situano soprattutto nel terzo decennio del XX secolo, e lo
svedese-americano Duane Hanson, di cinquant'anni più giovane. Nonostante la differenza
generazionale e la loro distanza in termini di spazio e cultura, i due artisti sono
paragonabili per la somiglianza del loro approccio. Entrambi mostrano una vicinanza vivida
e quanto più possibile obiettiva alla realtà, ed entrambi tracciano un'immagine della
condizione umana, fisica e mentale per mettere in evidenza gli aspetti morali e sociali
del mondo in cui vivono. 
Dix e Hanson condividono
il sentimento di empatia che informa le loro raffigurazioni della realtà, e in questo si
distaccano dai loro contemporanei che sono esteriormente simili per quanto riguarda gli
aspetti formali. Otto Dix è altrettanto lontano dal freddo realismo della Nuova
Oggettività quanto dall'arte politica di agit-prop in auge dopo il 1914. Si richiama a
Friedrich Nietzsche e non alla Weltanschauung di sinistra respingendo l'approccio ideale
dell'arte del suo tempo e lasciando briglia sciolta alla forza distruttiva della verità
quotidiana. La sua opera dedicata senza ironia "alla bellezza" - An die
Schönheit - del vivido e del reale spazza via come un ciclone il canone estetico
dell'arte borghese e disprezza le interiorizzazioni fisiche di alcuni dei suoi
rappresentanti, ma anche le rinunce trascendentali di altri. Otto Dix rifiuta ogni formula
di giustificazione teorica del tipo usato dalla rivoluzione moderna dei suoi
contemporanei, tendenti a liberarsi delle immagini visive e ad adottare invece un
approccio intellettuale. Si ribella al pensiero ego-riferito su cui col passare del tempo
l'autogiustificazione dell'arte d'avanguardia s'impernia sempre più, e si affida, invece,
all'effetto evocativo della realtà tradotta in espressione artistica, la cui carica
emozionale - a suo parere - supera di gran lunga qualsiasi visione poetica.
La realtà riaffiorò, ironicamente riflessa nelle tendenze principali del modernismo (per
esempio, Marcel Duchamp) o estesa su scala universale (per esempio, Piet Mondrian), ma di
rado con intenti storici, socio-psicologici o socio-critici e illustrativi.
L'atteggiamento
analitico ed empatico con cui Otto Dix guardava alla condizione umana della sua epoca gli
attirò le antipatie dei critici d'arte e lo escluse a lungo dai circuiti ufficiali con
l'accusa di ricapitolazione. L'arte di impegno sociale era relegata nella categoria di
seconda classe dei casi speciali. È stato solo quando si è capito che il suo approccio
non aveva regressivamente svalutato la rivoluzione moderna, ma l'aveva progressivamente
sopravanzata, che la sua arte ha trovato posto, con grandissimo ritardo, nel museo
immaginario del XX secolo. Ma Otto Dix quel posto l'aveva sempre esplicitamente
rivendicato, usando citazioni di stile e di tecniche pittoriche che dimostravano la
continuità storica della sua arte e che lo candidavano quindi a far parte di quel museo.
Quando Duane Hanson
terminò la sua fase di orientamento con Football Players (Giocatori di football, 1968) e
creò il suo primo, importante gruppo di figure con Bowery Derelicts (I derelitti di
Bowery), l'astrazione come tendenza artistica si era esaurita da circa un decennio. Nelle
opere neorealiste di artisti come Robert Rauschenberg, Richard Hamilton o Arman, il
trattamento tautologico di una realtà banale e rappresentativa stava ampliando
l'approccio intellettuale di Marcel Duchamp e adattandone gli esperimenti ontologici sul
tema dell'arte e della realtà considerate superficialmente per la pura contemplazione.
George Segal aveva già tradotto i suoi calchi in gesso formali e realistici in autentiche
maschere corporee di readymade umani. Per Duane Hanson questo approccio che faceva
dell'oggetto, divenuto un tutt'uno con la propria immagine, l'unico elemento sufficiente
di cognizione, non era soddisfacente, perché per Hanson l'interrelazione appercettiva
apparteneva anche al potere del reale.
Hanson avrebbe trovato
ciò che cercava nell'estate del 1969, quando l'ultima opera di Duchamp, Etant donnés,
venne esposta postuma nel Museum of Art di Filadelfia. Duchamp, che era morto il 2 ottobre
1968, vi aveva lavorato in segreto dal 1944/46 al 1966. Qui lo spettatore/voyeur di una
messinscena è trasformato nel destinatario dell'empatia dell'artista/autore. Così
Duchamp stava rinnegando la propria rivoluzione, perché qui l'oggetto assoluto non è
soddisfatto del proprio aspetto privo d'interesse, ma esige dialetticamente dallo
spettatore l'autoriflessione sul ruolo dell'osservatore. Questo punto di vista, in termini
sia di spazio che di contenuto, è deciso dall'autore; infatti l'opera è comprensibile
solo come asserzione soggettiva di una proposizione prospettica. Dopo questa esperienza,
Duane Hanson cercò di estendere il ricorso fatto da Duchamp alla coscienza personale
anche alla capacità di giudizio dello spettatore, e di estendere lo spazio fisico a
quello cognitivo.
Le sculture di Duane Hanson accolgono gli
spettatori esclusivamente nei musei. Il museo è il primo e unico luogo che le giustifica
in quanto oggetti creati per essere osservati, e questo per la sua capacità di infondere
una validità estetica in componenti della realtà della vita originariamente banali. Le
figure di Hanson, che riproducono la realtà con la massima precisione possibile, in
quanto realizzate meccanicamente e provviste di tutti gli attributi originali della
realtà, non "funzionano" artisticamente (soltanto) per il fatto che sono
indistinguibili dalla loro controparte reale, anche se forse incarnano l'aporia di
"essere e sembrare" più di ogni altro manufatto creato fino a oggi. Solo il
museo come luogo di esposizione conferisce a queste sculture quell'elemento critico che va
oltre l'aneddotico e il quotidiano e che traduce il loro linguaggio di ogni giorno in
quello della poesia. Nel museo si evita il rischio che esse vengano scambiate per statue
di cera veristiche, in favore della verità dell'immagine. Il museo come contro-mondo
ermetico crea per le sculture di Duane Hanson lo spazio necessario, perché esse, uscendo
dalla realtà quotidiana, si lasciano alle spalle anche le regole di quella realtà.
Mentre il mondo reale ha da tempo demolito tutte le precedenti certezze biografiche delle
loro aneddotiche esistenze medie di turisti, sportivi e donne, o consumatori, esse possono
trovare una stabilità nel mondo del museo e integrarsi nella categoria del permanente,
che è l'unica possibile per l'arte. Ma per lo spettatore i due mondi si presentano
simultaneamente nella percezione del loro essere apparente. Ciò stimola la sensibilità
dell'osservatore fino a dargli uno shock.
Perché, insieme all'asserzione della
verità fatta dall'arte, i due mondi lo mettono a confronto con la questione del potere
della realtà, contrabbandata in termini di contenuto da una fonte inaspettata, e lo
raggiungono con il loro appello morale quando lui è, per così dire, senza difese, ancora
inconsapevole dell'autocontraddizione performativa dei due mondi. Lo spettatore è
profondamente turbato quando si trova faccia a faccia con la misteriosa realtà degli
individui creati da Duane Hanson, tutti eroi anonimi della normale esistenza umana. Prova
un improvviso orrore per se stesso e subisce uno shock di riconoscimento nel percepire la
propria pericolosità sociale e nell'essere quindi moralmente in pericolo.
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