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parte terza

DUANE HANSON AVEVA 40 ANNI

 

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Hanson aveva quarant'anni. Il trasferimento a Miami nel 1965 rappresentava per lui unhanson.jpg (20820 byte) nuovo inizio. Il suo lavoro d'insegnante al Miami Dade College si dimostrò più impegnativo di quanto si fosse aspettato. Forse a causa del necessario adattamento egli cominciò a percepire con curiosità le prime avvisaglie della Pop Art e l'uscita di scena dell'espressionismo astratto. Artisti come George Segal e Edward Kienholz, Jasper Johns e Robert Rauschenberg lo interessavano in modo particolare.

Le banalità e futilità della esistenza quotidiana iniziavano a essere considerate da questi artisti come materiale iconografico, ed essi ne facevano il soggetto delle loro opere, elaborandolo in forme non ambigue e comprensibili.

   "La pop art mi ha certamente stimolato, specialmente le opere di George Segal." George Segal, più giovane di un anno di Hanson, aveva incominciato già alla fine degli anni cinquanta a produrre figure umane con fil di ferro, juta e gesso.

   All'inizio degli anni sessanta realizzò i primi calchi di persone in carne e ossa, che venivano eseguiti con un procedimento di fasciature e montati con la "pelle" del calco rivolta verso l'esterno. Sempre impressionisticamente irregolari e grezze, queste figure venivano inserite dall'artista in installazioni volte a inscenare le abitudini, le banalità e le monotonie della vita americana: al botteghino del cinema, nella stanza da bagno, alla stazione di benzina, o anche sull'autobus o nell'atto di dipingersi le unghie.

   Hanson riteneva Kienholz e Rauschenberg troppo surreali e staccati dalla realtà, mentre Johns e altri artisti che lo interessavano lavoravano solo con singole parti del corpo o torsi. Tuttavia questi artisti - e altri come Paul Thek, con la sua Death of a Hippie (Morte di un hippie) del 1967, o persino Etant donnés di Marcel Duchamp, che Hanson non poteva aver visto al Museum of Art di Filadelfia prima dell'estate del 1969 - lo influenzarono, lo guidarono, gli diedero forza e gli offrirono ripetute conferme. Hanson impartì una svolta decisiva alla sua arte nel 1965 con una scultura intitolata Abortion (Aborto).

   Nel lavoro di Segal trovò l'idea del materiale e l'ispirazione per le tecniche di esecuzione; un dibattito in Florida sulla questione dell'aborto gli fornì il soggetto. Alcuni incompetenti medici cubani avevano praticato aborti clandestini a giovani donne disperate, alcune delle quali erano morte o avevano riportato gravi lesioni. Hanson era favorevole alla legalizzazione dell'aborto e voleva documentare la propria posizione e anche la frustrazione di fronte al mancato intervento del governo. La figura scolpita, lunga circa 60 cm, rappresenta una giovane ragazza incinta stesa su un tavolo e completamente coperta da un lenzuolo. "Volevo fare una denuncia sulle ragioni per cui la società le costringeva a rischiare un aborto clandestino. Bisognava fare qualcosa per scuotere il pubblico dalla sua passività."

   Modellò in argilla il corpo della ragazza, poi lo ricoprì di fibra di vetro e resina poliestere per creare una forma esatta dal punto di vista scultoreo, ma leggera sotto il lenzuolo. La scultura rappresentava in modo così esplicito l'esito fatale di un aborto clandestino che non mancò di produrre un notevole effetto. Gli amici persuasero Hanson a candidare quest'opera alla mostra annuale Sculptors of Florida. Dopo varie e accese polemiche, Abortion e un'altra scultura di Hanson vennero scelte dalla giuria dell'esposizione. Ma la vera battaglia sarebbe iniziata con l'inaugurazione della mostra. La reazione dei critici locali è esemplificata dalle parole di Doris Reno sul "Miami Herald" del 20 ottobre 1966: "Non la riteniamo un'opera d'arte, perché inevitabilmente consideriamo oggetti come questo e realizzazioni come queste estranei alle categorie dell'arte. Troviamo discutibile il soggetto e auspichiamo vivamente che opere di questo genere, che mirano unicamente a esprimere l'esperienza in modo crudo, vengano descritte con qualche altro nome. Questa, ovviamente, è l'ultima novità in fatto di 'scultura', ma ciò non toglie validità alla nostra asserzione che questa non sia arte".

   L'ondata di indignazione sollevata fu pari a quella di consenso e le polemiche si fecero talmente accese che il consiglio del college proibì a Hanson di realizzare le sue opere nell'atelier di scultura della scuola. Qualche tempo dopo Hanson affermò: "Qui c'era infine qualcosa che desideravo profondamente esprimere sulla vita intorno a noi. Ma la cosa più importante è che, dopo anni di tormentati tentativi di creare opere astratte, non oggettive e convenzionali [...] avevo scelto il realismo come mio modo d'espressione". hanson1.jpg (40681 byte)Anche il rifiuto e il consenso suscitati lo motivarono a formulare le sue opinioni sociali e politiche attraverso la scultura. Era uno scultore, un artista visivo. Per lui l'arte era la vita, e la vita era realistica. Ciò gli era ormai chiaro.

   Negli anni successivi, sempre nello spirito del movimento di protesta, Hanson creò sculture che trattavano i temi della miseria sociale, il suicidio, lo stupro, il razzismo e la violenza. Per Welfare-2598 (Società del benessere - 2598) si servì della fibra di vetro e della resina poliestere, gli stessi materiali che aveva visto usare dallo scultore George Grygo in Germania e che tanto lo avevano colpito. Qui la figura a grandezza naturale di un uomo giaceva in una bara nera costruita dal padre e dallo zio di Hanson. "Questa scultura ha come tema la morte di un poveretto cui nessuno presta la minima attenzione.

   Lì c'è il suo corpo, ma è solo un numero. [...] È ingiusto. Forse non era molto brillante come soggetto. Ma l'idea della morte era per me molto importante e ci tenevo a condividere con altri i miei sentimenti. Perché non dovremmo insorgere contro le cose assurde e stupide che fa la gente, in particolare i burocrati?"
Anche quest'opera suscitò dibattiti e discussioni su cosa sia l'arte e fino a che punto possa spingersi un artista. La reputazione di Duane Hanson e il suo interesse per il macabro cominciarono a radicarsi nella coscienza pubblica.

   Nello stesso anno, 1967, Hanson realizzò i primi calchi dal vivo. Una delle sue sculture rappresentava un suicida, un uomo in shorts appeso a una trave, il capo inclinato da un lato. Un'altra mostrava una ragazza seminuda assassinata: distesa su un letto, coperta di sangue, l'arma del delitto ancora conficcata nel corpo. Una terza opera raffigurava la vittima di uno stupro, seminuda e legata a un albero. Una scena di violenza pura, uno dei molti crimini compiuti da varie bande di motociclisti di cui spesso all'epoca parlavano i media.

   Lavorare con modelli in carne e ossa e i primi tentativi di ricavare dei calchi direttamente dal modello furono esperienze stimolanti per Hanson, che da quel momento disponeva di innumerevoli opportunità per allestire e cambiare la sua messinscena finché l'opera non rifletteva veramente la realtà. Inoltre, la tecnica del calco, l'assemblaggio delle parti del corpo e il vestire le figure gli permettevano di creare sculture quasi iperreali.

Sapeva che migliorando la tecnica poteva potenziare l'effetto dei suoi lavori. Ma per lui queste sculture erano dei semplici esperimenti, degli studi (mai esposti), perciò non fu particolarmente dispiaciuto quando tutte e tre le sculture andarono distrutte nell'incendio della casa di un amico, dove le aveva temporaneamente lasciate quand'era partito per New York. Nel 1967, gli atteggiamenti discordanti dei contemporanei nei confronti della partecipazione americana alla guerra del Vietnam lo spinsero a creare War (Guerra), un gruppo di sculture che per l'artista era anche una dichiarazione contro la violenza e la guerra in generale, in sostegno di tutti quelli che, direttamente o indirettamente, soffrivano proprio a causa della guerra.

   War si compone di cinque figure di soldati in uniforme, morti o feriti, che potrebbero appartenere a qualsiasi esercito del mondo e che ora giacciono su un campo di battaglia, coperti di fango e di sangue. Un'altra opera realizzata nel 1967, Race Riot (Tumulto razziale), anche questa con calchi ricavati da modelli, ha per soggetto la violenza di strada. L'artista vi combina temi come il sostituirsi alla legge, la criminalità, la tensione razziale e i diretti e brutali attacchi dei rappresentanti della cosiddetta democrazia contro le minoranze e i cittadini più deboli. Sette figure sono coinvolte in un violento scontro armato.

   Un corpulento poliziotto colpisce un nero sulla testa con il manganello, mentre alcuni aggressivi cittadini sono pronti a farsi essi stessi tutori della legge. In America, a quei tempi, era una scena tutt'altro che eccezionale. Nel 1969, in occasione di una mostra presso il Whitney Museum di New York, alla quale Hanson partecipò, il critico David L. Shirey segnalò quest'opera, tra quelle presentate, come una delle più forti. Ma in seguito Hanson decise che le figure erano troppo "legnose" e ne distrusse cinque, salvando soltanto quelle del poliziotto con il manganello e del nero raggomitolato a terra.

 

parte quarta

Arte contemporanea