A
partire dagli anni cinquanta sino a oggi l'umanesimo è stato oggetto di un prolungato
attacco, nell'arte come nella filosofia. Non soltanto è stato criticato per aver posto
l'essere umano al centro della scena e per aver interpretato il mondo in base ai principi
di un soggetto unificato e razionale (e in genere di sesso maschile), ma è stato anche
ritenuto privo di senso critico e troppo disposto ad accettare i valori tradizionali. Per
molti era semplicemente vecchio stampo.
Nell'arte l'umanesimo ha
fatto spesso coppia con il realismo o perlomeno con quei generi di arte figurativa che
pongono l'accento sul contenuto, e più specificamente sul contenuto umano. Agli occhi di
una buona percentuale degli esponenti del sistema dell'arte del dopoguerra ciò era
doppiamente sospetto: contravveniva all'idea che il "soggetto" fosse morto, ma
andava anche contro l'opposizione modernista alla raffigurazione della realtà.
Eppure, nonostante tali
censure teoriche, gli artisti hanno continuato a essere attratti dal realismo e, più
particolarmente, da una rappresentazione realistica del corpo umano. Si è trattato in
parte di una reazione all'estetica formalista e astratta dominante (soprattutto in
America), ma anche di una risposta a un'esigenza universale ricorrente.
Gli artisti hanno sempre
voluto mettere alla prova la loro abilità nell'ingannare lo sguardo, hanno sempre voluto
usare le loro rappresentazioni per convincere gli altri del loro punto di vista e, più di
tutto, sono sempre stati così profondamente innamorati della vita visibile e tangibile,
in tutte le sue complessità e sottigliezze, da volerla ricreare con le loro stesse mani.
L'opera di Duane Hanson s'inscrive in questa secolare tradizione. Le sue sculture
prodigiosamente realistiche che rappresentano le dramatis personae dell'America media
trovano degli equivalenti nei romanzi ottocenteschi di Balzac, Zola e Dickens, nei busti
marmorei della Roma repubblicana e nelle fotografie di August Sander che compongono un
ritratto tipologico della Repubblica di Weimar.
Prima di tentare di
inserire Hanson nel suo contesto storico con più esattezza, vale la pena spendere qualche
parola per analizzare la sua arte un po' più da vicino. Essa è stata così spesso
liquidata come "non arte", "superficiale" o "buona per un museo
delle cere" che viene da chiedersi se i suoi critici abbiano veramente guardato le
sue opere, se magari ci abbiano anche riflettuto.
La prima cosa da dire è
che sono dei calchi di persone in carne e ossa. Parrebbe una cosa semplice e facile, ma il
procedimento e le sue implicazioni sono ben lontani dall'esserlo. Innanzitutto Hanson
doveva scegliere i suoi modelli. Non era niente di arbitrario, tutt'altro. Lui voleva
determinati tipi: in generale, persone che avevano conosciuto i lati peggiori
dell'esistenza; logorati, stanchi, spesso obesi e incuranti del proprio aspetto personale.
Li sceglieva fra i ranghi più infimi della società, coerentemente con le sue simpatie
per gli individui svantaggiati e oppressi. 
Nel corso degli anni Hanson radunò
una galleria di personaggi che includevano la casalinga, la persona che fa la spesa,
l'uomo delle pulizie, il portinaio, la guardia di sicurezza, la cameriera e il turista.
Tutti insieme essi disegnano una
vivida, anche se deprimente, immagine dell'America media della fine del XX secolo. L'opera
di Hanson dovrebbe essere vista nella sua totalità per potersi rendere conto della
vastità e della profondità della sua visione. È un mondo malinconico fatto di
accettazione passiva, di rassegnazione, si potrebbe persino arrivare a dire di nichilismo
se non si conoscessero le prime sculture di Hanson, arrabbiate e critiche verso la
società, come Abortion (Aborto) del 1965, Gangland Victim (Vittima di una gang), Race
Riot (Tumulto razziale) e War Guerra), tutte e tre del 1967. Anche se è presente un
elemento di umorismo satirico, persino una vena caricaturale, in alcune opere realizzate
intorno al 1970 quali Housewife (Casalinga) e Tourists (Turisti), entrambe del 1970,
Hanson mirava
soprattutto a suscitare comprensione e compassione in chi le guardava. Per raggiungere lo
scopo sceglieva i suoi soggetti con grande attenzione. I suoi individui non hanno un
aspetto che si imponga all'attenzione, anche se possono essere sovrappeso; non sono né
belli né brutti. La loro essenza è l'ordinarietà. Il genere di persone di cui uno non
si ricorda. Il genere di persone che costituisce la maggioranza della società. Dopo aver
scelto i suoi modelli, Hanson pensava a lungo e con grande serietà alla posa da far loro
assumere. Le pose dovevano essere naturali e tipiche. Se i modelli esemplificavano
un certo tipo di persona, anche le loro pose dovevano riflettere le loro tipiche attività
o il loro lavoro.
Hanson aveva imparato
dagli errori commessi all'inizio della sua carriera che affinché le sue figure fossero il
più possibile fedeli alla realtà esse non dovevano essere ritratte come congelate in un
movimento. Ciò poteva funzionare in dipinti o fotografie che non potevano mai pretendere
di essere qualcosa di più che piatte rappresentazioni bidimensionali della realtà.
D'altro canto la
scultura occupava lo stesso spazio che occupiamo noi, che occupano i nostri corpi, e se
voleva sembrare verosimigliante doveva essere naturale: per un periodo di tempo, quel
lasso di tempo, in realtà, che passiamo a guardarla. In altre parole le sculture di
Hanson non solo occupavano lo stesso spazio che occupiamo noi, ma anche lo stesso tempo
reale.
Perciò Hanson scelse
delle pose statiche, con il corpo a riposo, quando la persona "staccava" tra
un'attività e l'altra. È in simili momenti che le persone assumono un'aria un po'
sognante, introspettiva o di banale vacuità. Hanson cattura questo ripiegamento interiore
negli sguardi sconsolati delle sue figure, nell'assenza di espressione dei loro volti, e
tutto ciò contribuisce alla loro generale aria malinconica. È vero che le figure sono
dei calchi di persone vere, ma ciò non esclude che non sia stato necessario prendere
delle decisioni artistiche. Talvolta Hanson faceva dei calchi di parti del corpo di
diversi modelli e poi interveniva sui calchi modificando dei particolari. Da ciò si
capisce quanto il lavoro di Hanson differisca dall'estetica del readymade, dell'utilizzare
le cose già bell'e fatte, e quanto fosse forte la visione interiore dell'effetto che
stava cercando di ottenere.
Una delle fasi che
richiedevano maggiore abilità era la colorazione delle figure allo scopo di ottenere il
massimo della verosimiglianza. Dipingere una scultura è qualcosa di totalmente diverso
dal dipingere i personaggi di un quadro. L'artista che dipinge un quadro ha il controllo
della luce, mentre nel caso dello scultore la figura è a tutto tondo, è esposta
all'illuminazione reale, che è mutevole; inoltre l'osservatore può guardare la scultura
da diverse angolazioni. Con l'esperienza e gli errori compiuti Hanson aveva scoperto di
dover esagerare la luce e l'ombra, in particolare nel caso di tratti espressivi come gli
occhi. In altre parole, per ottenere un effetto realistico doveva andare oltre la realtà.
La fase finale del processo creativo di Hanson consisteva nel vestire le figure nel modo
più autentico possibile e, se necessario, fornirle di adeguati accessori scenici. Hanson
andava in cerca di indumenti usati, dall'aria vissuta, che si adattassero perfettamente, e
in molti casi doveva anche manipolarli per farli sembrare sporchi e macchiati. Gli
accessori scenici variavano dal vassoio e strofinaccio della cameriera alle borse, alle
macchine fotografiche e agli occhiali da sole dei turisti, fino alla sedia, ai libri e ai
quadri della Flea Market Lady (Donna del mercato delle pulci) del 1990.
Questi oggetti non fungono solo da
attributi indicativi del lavoro, dell'attività o dell'identità delle figure, ma
contribuiscono anche a farcene intuire il modo di vita, le preferenze o le antipatie.
Hanno inoltre la funzione di creare un effetto scenografico attorno alle figure, che di
conseguenza risultano un po' meno isolate, perdono un po' della loro qualità scultorea.
Ne risulta rafforzata la sensazione che, in particolare nel caso delle opere dotate di
accessori piuttosto prominenti, le figure di Hanson abitano, psicologicamente, uno spazio
separato dal nostro. Ciò è molto significativo. Certamente Hanson voleva che le sue
figure fossero più realistiche possibile, ma il suo scopo principale non era ingannare lo
sguardo, non era far credere alla gente che fossero reali. Ciò che gli stava a cuore era
conquistare, grazie alla verosimiglianza, l'empatia e la simpatia del pubblico. Le figure
dovevano risultare credibili, ma in ultima istanza dovevano apparire come a un passo dalla
realtà e abitare il regno dell'immaginazione. Solo nell'immaginazione Hanson poteva
indurci a sognare gli stessi sogni, lottare con le stesse speranze e provare la stessa
vuota disperazione di alcune delle sue figure.
C'è chi sostiene che, poiché indossano
abiti contemporanei, le figure di Hanson perderanno la loro immediatezza e il loro
significato agli occhi di un pubblico futuro, che inevitabilmente daranno origine a due
sentimenti negativi: curiosità e nostalgia. Una simile asserzione si basa su
un'interpretazione errata della natura dell'opera di Hanson. Non è semplicemente una
questione di trompe-l'il. Agendo sul livello dell'immaginazione e coinvolgendo le
nostre facoltà di empatia, Hanson ci permette di identificarci con le sue figure a
prescindere da quanto siano lontane nel tempo rispetto a noi. Quello degli abiti
contemporanei nell'arte è un vecchio e frusto discorso che è stato ripetutamente usato
dagli amanti della tradizione per criticare l'impulso realistico di molti artisti.
Se Hanson
dev'essere visto come un umanista con un profondo attaccamento ai valori umani, e se
dev'essere visto come un realista che vuole che la sua arte tocchi l'animo delle persone e
susciti la loro simpatia, in che modo rientra allora questo artista nel contesto dell'arte
di fine Novecento? Chi sono i suoi predecessori? E i suoi eredi? Quando Hanson compiva la
sua formazione artistica tra la fine degli anni quaranta e l'inizio degli anni cinquanta,
e per gran parte dei primi quindici anni della sua carriera, l'arte figurativa non
incontrava il favore della critica e lo stile dominante era l'astrazione, espressionista o
altro. Tuttavia, a metà degli anni cinquanta, immagini e oggetti del mondo reale stavano
ormai ricominciando a comparire nella pittura più innovativa. Nel 1955, per esempio,
Jasper Johns includeva nel suo dipinto Target with Plaster Casts (Bersaglio con calchi di
gesso) una fila di calchi in gesso del proprio corpo, e, più o meno nello stesso periodo,
Robert Rauschenberg usava nelle sue opere animali impagliati: un gallo nell'Odalisque del
1955-58, una capra in Monogram del 1955-59. Opere come queste non si limitavano a
includere un elemento di iconoclastia dadaista o a vibrare un attacco ai canoni
formalistici correnti: esse rivendicavano un allargamento delle definizioni di cosa la
pittura in particolare, e l'arte in generale, potessero comprendere. Gli artisti non
avrebbero più dovuto attenersi ai generi tradizionali e separati della pittura
bidimensionale e della scultura tridimensionale.
L'arte era diventata più
"ambientale" e gli artisti si sentivano liberi di usare e integrare nelle loro
opere tutto ciò che del mondo intorno a loro ritenevano opportuno. Hanson poteva
conoscere o no queste opere, ma era al corrente di come la successiva generazione di
artisti pop si concentrasse su soggetti figurativi. Si sentiva particolarmente attratto
dall'opera di George Segal, che usava calchi in gesso ricavati da persone in carne e ossa
cui abbinava qualche accessorio per creare un environment o tableau. Tuttavia i calchi in
gesso di Segal non riproducono i modelli come simulacri perfetti; le sue figure sono
grezze, approssimative, e non sono dipinte. Sono come fantasmi di una precedente presenza,
come happening cristallizzati, e non coinvolgono lo spettatore a un livello realistico.
Più affini allo spirito delle prime
opere "espressioniste" di Hanson - sculture come Motorcycle Accident (Incidente
motociclistico, 1967), Gangland Victim (1967), War (1967) e Bowery Derelicts (I derelitti
di Bowery, 1969) - sono in realtà i tableaux realizzati da Ed Kienholz negli anni
sessanta. Anche se non era interessato alla verosimiglianza, Kienholz eseguì dei calchi
da persone in carne e ossa e sicuramente usò la sua arte per denunciare i mali della
società, per ergersi a difensore dei deboli e dei bisognosi, e per toccare il cuore del
pubblico. The Illegal Operation (L'operazione illegale) del 1962 preannuncia, almeno nel
soggetto e nel vigore espressivo, l'Abortion (Aborto) di Hanson del 1965. Gli ultimi anni
sessanta sono stati segnati in America dall'impatto della guerra del Vietnam, dai
disordini razziali e dalle rivolte studentesche; non è sorprendente che gli artisti
abbiano provato il bisogno di esprimere un po' di questa rabbia nella loro arte e che lo
abbiano fatto con opere figurative.
Persino i dipinti della serie
"Morte in America" di Andy Warhol (rivolte, incidenti automobilistici, sedia
elettrica), con la loro imagerie seriale riprodotta in modo meccanico, riflettono
efficacemente un periodo violento della storia americana.
La natura environmental delle opere di Hanson, con la sua enfasi sugli oggetti reali
collocati in uno spazio reale, s'inseriva a pieno titolo nella tensione postmoderna
dell'arte degli anni sessanta. Sotto questo aspetto (e solo questo) condivide un intento
con il minimalismo, con i mattoni e i trafilati di metallo di Carl Andre, gli elementi
modulari e le scatole di Donald Judd, le costruzioni geometriche di Sol LeWitt.
Ironicamente, l'opera di Hanson ha molto meno in comune con il fotorealismo, che ha avuto
i suoi esordi in America intorno al 1970. Come indica il nome, il fotorealismo mirava più
a creare l'illusione di una grande fotografia che ad attirare le simpatie
dell'osservatore. In effetti i temi scelti dal fotorealismo riguardavano raramente delle
persone.
Più difficile è rispondere alla
domanda se Hanson abbia influenzato successive generazioni di artisti. Con la sempre
maggiore diversità delle strategie e dei media artistici, certamente molti artisti hanno
fatto ricorso alla produzione di figure realistiche, servendosi di calchi di modelli,
viventi o no. In America i più degni di nota sono stati Robert Gober e Charles Ray. Le
gambe mozze che Gober fa spuntare dalle pareti delle gallerie sono certamente
meticolosamente modellate fino all'ultimo pelo, ma non potrebbero mai essere scambiate per
vere. Il loro colorito esangue rivela anche da lontano che sono fatte di cera, e spesso
sono anche alterate dall'aggiunta di un leggio, di una candela o di uno spartito musicale.

Analogamente le figure di Ray sono
subito riconoscibili come manichini; a volte esibiscono organi sessuali realistici, oppure
l'artista ne sovverte le proporzioni cosicché i genitori diventano piccoli come i loro
figli (e viceversa). Ciò che mostrano le opere di Gober e Ray è che l'artista si avvale
dell'idioma verista propugnato da Hanson, ma che esso costituisce unicamente un punto di
partenza per una serie di interventi e manipolazioni che hanno più a che vedere con il
surrealismo. Un analogo modo di procedere è evidente nell'arte britannica degli anni
novanta. Jake e Dinos Chapman, Ron Mueck, Marc Quinn e Gavin Turk hanno tutti realizzato
delle sculture chiaramente realistiche ma con l'aggiunta di un tocco surreale, provocando
nell'osservatore un brivido di immedesimazione e/o di orrore.
I fratelli Chapman hanno creato una
genia di mutanti adolescenti, con genitali che spuntano in tutti i posti sbagliati e che
sono uniti l'uno all'altro come tanti gemelli siamesi. Ma ciò che li rende davvero
sconcertanti è che, sotto ogni altro aspetto, sembrano proprio il tipo di ragazzetti che
tutti i genitori vorrebbero avere come figli: un fisico ben proporzionato, capelli lucenti
e lineamenti regolari. Mueck adotta una strategia simile a quella di Charles Ray: altera
le proporzioni delle figure, con il risultato che l'ordinario sembra straordinario. I
neonati diventano grandi quanto gli adulti, e la figura nuda del padre morto è ridotta
alle dimensioni di un bambino. Il verismo delle sculture di Mueck è magnetico e
rivaleggia con quello di Hanson, ma l'intenzione è totalmente diversa. In Self (Sé) del
1991 Marc Quinn ha preso un calco della propria testa, ma invece del gesso ha usato il
proprio sangue ghiacciato. L'effetto lascia molto turbati, in quanto gioca con la nostra
ripugnanza nei confronti del sangue e con le implicazioni filosofiche dell'uso di una
materia vivente per realizzare una maschera che sembra insieme viva e morta. Gavin Turk
rispolvera l'antica pratica di autoeffigiarsi nelle vesti di personaggi famosi, ma invece
di dipinti crea modelli realistici. A differenza di quelle di Hanson, queste opere
richiamano un po' le figure di cera.
Non si può dire se, senza l'esempio di
Hanson, la pratica di realizzare figure estremamente realistiche, e in particolare figure
tratte da calchi di modelli viventi, sarebbe stata così comune nel decennio scorso. Anche
l'umanesimo così caldeggiato da Hanson sembra tornare in auge a giudicare dalla mostra
Platea dell'Umanità curata da Harald Szeemann alla Biennale di Venezia del 2001. L'ondata
di cinismo, di ciò che Peter Sloterdijk chiamava "ragione cinica", sembra ormai
essere defluita e si può osservare oggi l'instaurarsi di una relazione più positiva, ma
consapevole e non acritica, tra l'artista e il mondo circostante. Il pensiero utopico non
sembra più essere così incurabilmente ingenuo come pareva solo una decina di anni fa.
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