Anche
se, mischiate fra la gente, probabilmente non si perderebbero tra la folla dei loro
simili, le sculture di Duane Hanson potrebbero però semplicemente essere accettate come
un fatto della vita sociale.
Ma quando vengono
isolate e messe in rilievo nella sede di un'esposizione, gli spettatori potrebbero
sentirsi imbarazzati dalla loro lampante banalità e non sempre saprebbero cosa dire al
riguardo.
Che cosa differenzia le
persone che reagiscono alle opere di Hanson dalle opere stesse? C'è un complesso sistema
di riferimenti e di interrelazione tra queste due categorie. Dapprima la somiglianza
lascia di stucco, ma a un esame ravvicinato essa si rivela puramente schematica e definita
da caratteristiche esterne. Una somiglianza c'è, ma con chi pretende di averla trovata lo
spettatore, e quali criteri applica per tracciare una distinzione?
Sebbene siano riproduzioni di persone
viventi, le opere di Hanson non sono copie. Al contrario, Hanson inventa le sue figure.
Anche se l'artista opera sulla base di una struttura sociale esistente, questi ritratti
acquisiscono la capacità di trasmettere un messaggio artistico grazie alle loro pose
abilmente studiate, agli accessori scenici che le attorniano e alle loro allusioni alla
storia dell'arte, e diventano così creazioni di Hanson. In un primo momento l'osservatore
non è colpito dalle idee formali e dalla rigorosa composizione che stanno alla base delle
figure ritratte, perché l'osservatore è interessato al loro destino o alla loro storia.
E certamente esisteranno le appropriate preistorie basate sul loro ruolo, preistorie che
possono essere costantemente riscritte. Quanto più varia il pubblico, tanto più saranno
ampie le possibilità di risposta.
Hanson mostra la
disparità tra l'essere esposti e l'essere smarriti, tra il sentirsi abbandonati e il
sentirsi sicuri: il tipo di esperienza che gli abitanti delle città possono avere in
mezzo a una "folla solitaria". Osservatori e osservati sembrano restare
paralizzati dalla sorpresa al primo confronto nel contesto dell'arte.
Le opere d'arte imitano
il loro pubblico, o è il pubblico a pretendere di essere un'opera d'arte? Entrambi
sostengono di volersi tuffare nell'anonimato e di essere indefiniti. Dove corre la linea
di confine oltre la quale l'opera d'arte non rappresenta più un certo individuo,
nonostante tutte le tipiche caratteristiche che ne fanno un essere umano concreto? A che
punto la figura cessa di rappresentare il proprio modello e diventa un semplice surrogato,
un manufatto composto di materiali artificiali? Nell'opera di Hanson, la tecnica della
ripetizione totale diventa uno stile. La natura contraddittoria delle figure si rivela sia
nell'apparente eternità del singolo momento rappresentato, che però all'artista è
costato mesi di lavoro, sia nella tecnica sommamente artificiale, che è messa al servizio
dell'atto di copiare perfettamente la natura. Anche se le sculture sono l'opposto di
immagini idealistiche, gli osservatori possono soccombere alla magia tecnica, che vuole
trionfare sulla realtà vivente. Sollecitati dall'ossessione di Hanson per il dettaglio,
gli spettatori sono tentati, contro ogni razionalità, di attribuire qualità umane a
questi fantasmi: sentimenti, respiro, movimento, parola, in modo tale che è possibile
seguire uno schema familiare nel reagire quando ci si trova davanti ad essi. Ma quando la
bambola smette di essere una bambola e diventa un suo doppio?
L'artista gioca con lo
sconcerto che la sua opera crea nello spettatore, il quale nel contesto dell'arte sente di
essere messo direttamente a confronto con un individuo della propria specie. Il senso
d'insicurezza è creato dall'ambiguità delle immagini, dalla cruda schiettezza
dell'aspetto ordinario delle figure, dalla loro presentazione, che stupisce o estrania,
perché non ha niente a che vedere con la sede in cui le opere vengono esposte. La perdita
delle facoltà vitali, l'assoluta paralisi delle figure, realizzate in materiali
resistenti che vivranno più a lungo dello spettatore, le traspone sul piano della natura
morta. Se ciò rinvia con forza alla mortalità dei modelli, il tempo lascia tuttavia il
suo segno anche sulle sculture. La gente è consapevole che lo strato di colore prima o
poi diventerà grigio e che, anche se esso riduce l'influenza distruttiva della luce, non
la può eliminare del tutto. I materiali plastici diventano fragili con il passare del
tempo a causa dell'azione dei solventi, e quindi neanche le figure sono immuni
dall'allusione alla caducità. Ciò significa che s'inoltrano ancor più nella sfera delle
nature morte più grandi del naturale, evocando permanentemente un memento mori.
I visitatori che
arrivano impreparati davanti alla ricostruzione dell'incubo americano operata da Hanson
trovano difficile sottrarsi a questo mondo silenzioso e minacciato che sembra essere
destinato a una schiavitù senza scampo. Ma le sue sculture rientrano nella tradizione
delle figure storiche, a grandezza naturale. Tralasciando gli altri numerosi riferimenti
storici, esse possono per esempio essere viste sulla stessa linea di sviluppo delle figure
della Passione e delle effigi dei santi, anche se la linea è discontinua. Altri
"parenti" dei calchi in poliestere e fibra di vetro di Hanson sono le figure di
cera storiche conservate dei musei e nei gabinetti di anatomia. Malgrado tutte le loro
differenze, esse sono accomunate prima di tutto dal fatto di essere ricostruite in scala
1:1, e poi dai loro fedeli dettagli, dal carattere estroverso e dalla loro immediatezza,
che rivela una sorta di ingenuità interpretativa. Oltre ad essere estremamente
realistici, i modelli anatomici in cera presentano anche un'alta qualità artistica, pur
essendo stati prodotti esclusivamente per lo studio scientifico.
Come nel caso delle
figure di cera, anche nelle opere di Hanson l'abbigliamento sottolinea un particolare
ruolo. Inoltre, nello sdoppiamento di tale ruolo Hanson fissa il destino dei suoi
personaggi. Oppure è l'atteggiamento di aspettativa dell'osservatore a costringere
l'artista ad ampliare la propria concezione? Hanson sta raccontando una storia o sta
semplicemente sommando dei dati? In ogni caso è molto attento nella scelta degli
accessori, che spesso hanno un aspetto logoro e misero. Essi permettono di osservare le
figure con lucidità e di registrare l'ambiente evocato dalle persone ritratte.
La combinazione di
esecuzione artistica e tecnica scrupolosa e di readymade meticolosamente selezionati
accentua il realismo delle figure; al tempo stesso l'intensità dell'attenzione dei
visitatori della mostra conduce a un graduale distacco. Tuttavia ci sono costantemente dei
momenti in cui i visitatori vorrebbero che le sculture fossero in grado di osservarsi l'un
l'altra o di riflettere gli intrusi nel loro ambiente "scenografico". Il loro
aspetto ha qualcosa di spettrale, perché ci appaiono silenziose, paralizzate e cieche, e
dopo un po' cominciano ad emergere le somiglianze e le differenze fra il prodotto
dell'arte e la persona reale. Eppure, si prova sempre un tantino di vergogna dopo che si
è spietatamente esaminata la superficie della scultura per vedere se c'è qualche
difetto. Hanson ha inserito queste scoperte nelle sue figure, perché è proprio questo a
produrre la necessaria demarcazione per far sì che le sue sculture siano apprezzate come
opere d'arte. La loro superficie è sia "pelle" sia superficie dipinta. Per
l'osservatore attento, la superficie acquista una dimensione illusionistica; nella
situazione specifica in cui le opere sono percepite, riconosce il confine in termini di
somiglianza e creatività in cui i duplicati umani e la pittura s'incontrano. È il
confine tra la mera imitazione della natura e l'opera d'arte. I visitatori lo oltrepassano
con un percorso a zigzag. Lo riconoscono, lo attraversano, tornano indietro e vogliono
nuovamente negarlo quando vedono che la realtà non è superata dalla scultura. Se non si
lasciano ingannare dall'illusione estetica, a quel punto entrano nel gioco di Hanson,
senza dover lasciare da parte gli aspetti seri. Dato che Hanson non mette sullo stesso
piano apparenza e realtà, ma pretende anche pretende di fare una distinzione, l'opera
d'arte si arricchisce di un ulteriore potere di attrazione per la persona che la guarda.
Per tale ragione in genere l'artista evita che le sue "persone" guardino
l'osservatore direttamente negli occhi, perché è qui che esse rivelano il loro punto
più debole: il punto inanimato che smaschera la loro natura artificiale nel più crudele
dei modi, il punto morto che è la causa prima del disagio degli osservatori. Dove essi si
aspettano di trovare luce e vita s'imbattono invece in una zona impenetrabile, morta. L'occhio dipinto non restituisce lo sguardo che gli
è stato garantito.
Persino tra la folla, in
circostanze anonime in mezzo a persone sconosciute, un sentimento può affiorare nella
frazione di un secondo anche negli occhi di un passante sul cui volto è stampata
un'espressione di decisa indifferenza. La costante apatia delle opere d'arte impedisce
qualsiasi forma di intensa connessione, perché non è possibile instaurare nessun tipo di
scambio interpersonale. Ci sarà un nutrito numero di osservatori per i quali la questione
dell'identificazione con le sculture non si porrà nemmeno, perché le relazioni sociali
con i propri simili sono spesso determinate da modelli idealizzati proposti dai media.
Essi confronteranno certi modelli di comportamento comuni, derivati dallo stesso ambiente
di appartenenza, ma in nessun caso vorranno riconoscersi in queste figure. La maggior
parte dei visitatori della mostra non si sentirà certo particolarmente incline (se fosse
ancora possibile) a offrirsi come modello a Duane Hanson. Per due ragioni almeno: prima di
tutto la procedura per creare il calco di un corpo richiede un bel po' di tempo e di
fatica; in secondo luogo, poi, chi vorrebbe sottoporsi a tutto questo per poi vedersi
riprodotto per l'eternità nelle vesti di turista, casalinga, operaio o bevitore di birra?
Vogliamo vederci costretti a un unico ruolo finché i materiali non si disintegrano?
Possiamo sopportare di
vedere l'incarnazione del nostro vuoto, del nostro fallimento o delle nostre debolezze
nelle rappresentazioni di Hanson? Forse c'è il timore che tra l'idea che si ha di sé e
la raffigurazione di Hanson possa verificarsi una differenza troppo cospicua; forse la
paura è che la differenza non sia abbastanza grande da escludere ipotesi di questo tipo.
La situazione di dialogo che emerge per un modello ha una certa qualità esplosiva. Ma i
veri modelli di Hanson - molti dei quali erano suoi amici - possono avere assunto
volentieri, e forse anche con un certo orgoglio, i ruoli loro assegnati. Forse erano
consapevoli che l'artista mirava a un effetto di non identità nelle sue installazioni, il
che li avrebbe resi più fiduciosi. Forse la critica d'arte trovava divertente mettersi la
maschera della donna alla cassa; il medico poteva pensare di essere adatto e vestito in
modo appropriato per assumere il ruolo dello sportivo. Devono aver visto i loro ruoli
appunto come ruoli e le loro copie come controfigure.
Le creazioni di Hanson
sono cloni che, malgrado le loro ostinate affermazioni di realtà, provengono da un mondo
spettrale che esiste in parallelo al mondo reale. Questi gemelli identici che aspettano
immobili, come folgorati, si ergono nella loro presenza fisica a tenaci difensori della
copia contro l'aura dell'originale, del cliché contro l'individuale. Via via che
invecchiano, la questione dell'identità passerà alle opere d'arte stesse. I visitatori
odierni delle mostre di Hanson applicano altri criteri all'assegnazione dei ruoli compiuta
dall'artista e interpretano i simboli, che determinano anche la nostra cultura quotidiana,
da punti di vista diversi. Rita the Waitress, che risale al 1975, ha oggi un'aria
antiquata?
Nel nuovo millennio c'è
ancora qualcuno interessato al destino della Gangland Victim del 1967? Chi riderebbe
ancora dell'impossibile tenuta di Tourists II, datato 1988? Dalla nostra prospettiva di
oggi le opere d'arte riflettono un modo particolare di guardare alle cose, come se
intendessero mostrare un mutamento d'identità che si spinge fino alla perdita
d'identità. Siccome gli status symbol e gli attributi del ruolo sono cambiati, oggi
l'artista ritrarrebbe il fanatico dell'informatica seduto al suo computer, lo studente,
non con la tavola da surf, ma mentre naviga in Internet, e il ricercatore altamente
specializzato, nelle fasi finali della decodificazione del genoma umano. Oppure, non
riporrebbe alcuna fiducia nel progresso, che nell'era dell'informazione diventa obsoleto
più in fretta persino della moda, e resterebbe fedele alle sue figure quotidiane con le
loro semplici attività? Forse i suoi allestimenti scenici tenderebbero più chiaramente a
rappresentare l'inattività: persone che pensano, che sonnecchiano, che se ne stanno
sedute con aria rassegnata, persone ubriache che sono colate a picco senza possibilità di
riscatto.
Non è la magnifica
esecuzione, con cui in ogni caso si ha familiarità attraverso le opere d'arte del
passato, che potrebbe inibire gli spettatori. Le opere di Hanson vanno nella direzione
opposta. Le sue sculture sono magnifiche nella loro mancanza di gusto ed è più probabile
che facciano vergognare per la loro ordinarietà. Ma, sempre magicamente attratti dalla
messinscena, gli spettatori sono dolorosamente imbarazzati, in particolare quando si
accorgono troppo tardi che si sono lasciati prendere da una situazione ambivalente di
privacy personale e di privacy pubblicamente esposta. Lo sguardo dell'osservatore può
bruscamente proiettarsi oltre la prospettiva iperrealistica, in altre parole la sua
esperienza estetica si prolunga nella vita quotidiana, e non è improbabile che, contro la
propria volontà, gli osservatori assumano un ruolo nella sceneggiatura dell'artista.
Diventano suoi complici e possono sorprendersi a squadrare con gli occhi altri visitatori
come se fossero delle sculture. Dato che persone comuni prese dalla vita di tutti i giorni
hanno ora conquistato gli spazi espositivi in quanto opere d'arte, certi incontri casuali
per la strada possono sembrare una continuazione della visita della mostra.
Da quando le sculture
sono state realizzate si sono formati nuovi criteri di percezione e di giudizio. Che cosa
proteggerà le sculture da affermazioni arbitrarie o indiscriminate se non esistono
criteri culturalmente protetti? Le opere d'arte possono davvero restare quelle che erano
all'epoca in cui sono state create se, per esempio, anni dopo sono tolte dal loro contesto
e presentate in piacevoli allestimenti nelle gallerie d'arte europee? Ovviamente questo è
un problema che riguarda le opere d'arte in generale. Ma lo spaccato di società disegnato
da Hanson è in costante mutamento e già apparteneva al passato durante la sua vita.
Hanson è stimolato dallo stato in cui si trovano le persone, e ciò è qualcosa che va
oltre le mode del momento in fatto di taglio di capelli, abiti e utensili; ed è
precisamente attraverso la frattura che ci mostra, frattura tra i mondi quotidiani e le
sfere concrete della realtà, che l'artista riesce a trasportare gli osservatori in una
condizione in bilico fra realtà e finzione. Ma l'aspetto che più disturba resta
l'assenza di una "reale" umanità. E tuttavia questo rapporto di tensione è
ciò che mantiene vive le opere per il giovane pubblico di oggi, e lo fa attraverso la
discrepanza dell'essere simile, ma mai esattamente lo stesso, variando e al contempo
aspettandosi che la gente accetti la ripetizione di qualcosa che è sempre uguale,
disegnando una vita che ha un carattere di unicità attraverso la standardizzazione. Ciò
può rendere le opere d'arte costantemente "moderne" agli occhi degli
spettatori, attraverso il principio di adattamento alle mutate condizioni di ricezione.
Certo saranno sempre le
figure stesse e la loro situazione di isolamento, di incombente decrepitudine o di totale
disperazione a toccare il cuore della gente. Inoltre, il modo ambiguo di descrizione
adottato da Hanson protegge le sue opere da schemi di significato definitivi e ammette
sempre nuovi tipi d'interpretazione. Ma, nonostante i loro ruoli precisamente assegnati,
nonostante le numerose sfaccettature del loro significato e l'immediatezza con cui ci
attraggono, le figure non si impongono su di noi; mantengono invece uno strano riserbo che
garantisce loro la curiosità e l'interesse costanti del pubblico. La nostra comprensione della realtà ha subito un
ulteriore cambiamento nell'epoca delle immagini digitali.
Il perfezionismo di
Hanson, che dà vita a duplicati reali, contrasta con le realtà pittoriche virtuali che
si possono vedere premendo un tasto. Ma, come queste, Hanson non crea copie, bensì
cliché di cliché, transfer di modelli di pensiero esistenti. Le sue figure portano
all'estremo l'immagine reale, archetipica, ma non la copiano. L'artista cammina sul filo
del rasoio tra la psicografia e il déjà vu. All'interno della produzione di Hanson nel
suo complesso, la paralisi dei gesti, il linguaggio del corpo e la forma di azione fanno
un'asserzione conclusiva. Le figure acquistano quasi un significato mitologico nella loro
aura di freddezza e disperazione, e rappresentano un modello universale dell'essere umano.
Così l'Housepainter del 1988, che porta come una bandiera il suo rullo a manico
allungabile, è il ritratto sia di una persona sia di un rappresentante della sua
professione. Il duplicato figurativo e gli oggetti che gli appartengono indicano simboli
del mondo e connessioni con i temi storici dell'arte.
In contrasto con l'esposizione, il postludio dovrebbe essere aperto alla verifica nella
realtà. Si possono individuare e confrontare le differenze tra il guardare e l'agire, tra
il rappresentare e il copiare. L'osservatore ha a malapena accettato che la realtà si
rivela in un rifiuto di agire ed è già costretto a scoprire che essa consiste solo in un
tessuto di ipotesi e finzioni.
Le sculture di Hanson
dimostrano il carattere falso del reale. La realtà non può essere copiata: secondo
Thomas Bernhard l'originale è sempre il falso. Ma che cosa dobbiamo intendere per
originale, l'opera d'arte o il modello? Nel caso di Duane Hanson l'opera d'arte impone
addirittura all'osservatore di opporre resistenza all'essere incluso nel mondo della
finzione.
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