Milano
ha ospitato dal 29 maggio
al 1 settembre 2002 per la prima volta in Italia la più grande retrospettiva dello scultore americano Duane Hanson, a sei anni dalla sua scomparsa.
La mostra, dopo i successi presso la Schirn
Kunsthalle di Francoforte e la Galerie der Stadt di Stoccarda, approda al Padiglione
d'Arte Contemporanea di Milano.
Attraverso le opere esposte, tutte realizzate tra il 1967 e il 1995, il
messaggio dell'artista si codifica nella tridimensionalità dei suoi personaggi, individui
non specifici, gente comune colta per strada, un mondo malinconico fatto di disincanto e
abbandono, ma che riesce a provocare simpatia e sincera emozione: nei luoghi dell'arte,
infatti, i racconti di vita di Hanson permettono di identificarci, a prescindere da quanto
siano lontani nel tempo rispetto a noi.
Duane Hanson, nato nel
1925 ad Alexandria nel Minnesota, per oltre trent'anni si è preoccupato di raccontare la
rassegnazione, il vuoto, la solitudine dei ceti medio-bassi americani, traducendo le sue
osservazioni in sculture di vita.
"Ma poi ci mettevo
sempre dentro un pezzetto di braccio o di naso" così ha commentato Hanson la propria
incapacità di allinearsi alle tendenze artistiche dominanti negli anni della sua
formazione, che subirà invece una svolta evolutiva fra il 1953, anno della scoperta delle
opere in resina poliestere e fibra di vetro dello scultore tedesco George Grygo, e il
1965, con la realizzazione dell'opera Abortion (giovane donna coperta da un sudario, morta
in seguito a un aborto clandestino).
Ciò gli permette di
individuare nel realismo il veicolo della propria espressione artistica e lo avvicina al
tema che lo accompagnerà fino agli anni settanta: il lato oscuro della società
americana, con la sua miseria sociale, la sua violenza e la sua tensione razziale. Hanson
raggiunge il successo internazionale nel 1972 con Bowery Derelicts (1969) e Seated Artist
(1971), opere che segnalano definitivamente il bisogno dell'artista di guardare alla vita
di tutti i giorni. L'artista crea le sue sculture prendendo a modello casalinghe, operai
edili, cameriere, venditori d'auto, custodi, ovvero i rappresentanti dei ceti medi e bassi
della società americana, le cui biografie scultoree evidenziano il "fiato
corto" del sogno americano.
Hanson realizza figure a
grandezza naturale, partendo da calchi di persone in carne e ossa, sui quali interviene
modificandone artisticamente i particolari. La sua ricerca dei soggetti è lenta e
accurata, la loro essenza l'ordinarietà. Le stesse pose devono essere naturali,
riflettere le loro tipiche attività. Hanson quindi sceglie pose statiche, con il corpo a
riposo tra un'attività e l'altra, che assumono un'aria un po' sognante, che permette di
catturarne il ripiegamento interiore e la malinconia. Tutt'altro che copie della realtà,
come qualche critico ha sostenuto.
Duane Hanson ha sempre
cercato un effetto realistico che andasse oltre la realtà, curando ogni aspetto in modo
quasi maniacale: dall'incidenza della luce che è mutevole allo spessore psicologico che
anche una maglietta o una macchina fotografica possono rimandare. Hanson "non
riproduce la vita, ma fa una dichiarazione sui valori umani".
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