Antonino Greco vive e opera a Catania.
Uscito, ad un certo punto, dalla Urbino di Carlo Bo e di Italo Mancini, con una specifica preparazione per l'attività didattica quale processore di scienze Religiose, Greco si è trovato spinto, da questo suo interesse per la fenomenologia del Religioso, a verifiche sul campo; e quanto più remoto, questo, o comunque distante dalle personali radici, tanto meglio!
Animato dallo spirito del Viaggio alla ricerca della libertà inferiore tipico di certi personaggi per sempre delineati da Herman Hesse, egli si è spinto ad Oriente, quello più lontano...
Meta privilegiata, con l'Indonesia, quel vero continente che è l'India dalle infinite belleze e luminose rivelazioni: che, ognuno può trovarvi le proprie "Grotte di Malabar", di cui nel celebre "Passage To India''di Edward Morgan Forster.
In verità, qualcosa Antonino Greco l'aveva, se non individuato, già cercato in Italia: a Firenze e Urbino dove, giovanissimo, come tanti ragazzi italiani o forestieri vi trasformo l'hobby del disegno e dei colori in un'attività apprezzata. L'esperienza toscana m certo, una semina culturale, oltre che di vita, non indifferente. lutti questi passaggi, e studi di usi e culture diversi, hanno predisposto il nostro ad un rapporto serio con l'arte della Pittura.
Pittura, insomma, non soltanto a motivo di ricerca estetica ma, crediamo proprio, quale modo, per lui ormai praticabile, di proporre comprensibile comunicazione di quelle parti del proprio vissuto in cui, nei momenti di più acuta indagine, egli si è riconosciuto. Cosi, per Greco, la pittura risulta l'area in cui, ad oggi, si ritrovano e conciliano due costanti della sua personalità.
Le terre lontane una sorta di I a vola colorata, dalle tonalità inconfondibili, forti ed accese che nulla hanno del nostro Occidente.
Se vi è apparso un "paradiso", sciolto dalle nostre convenzioni e costrizioni, e, anche, risultato precario; ritto di stridenti contrasti della figura Femminile nelle varie sue versioni da contadina a
danzatrice non riassume e significa, tuttavia, nell'India di Greco, l'Eden agognato, ed ovviamente perduto, viene recuperato, in quanto si rivela un fatto dell'anima, sempre attuale nella ricerca che
questa ha intrapreso di se medesima.
Cosi, il lungo periplo non corre il rischio di risultare inutile, ed il Viaggio un adulterato
tragitto, superficiale ed ingannatore. Qualcosa si salva proprio attraverso la
comunione "simpatica" (simpatetica) con quel mondo ricco di colore, privo delle nostre mediazioni. Indubbiamente, lì, in quelle contrade sospese tra l'oro e la miseria, tra la polvere e la porpora, l'Assoluto, con strani enigmi tutti suoi, schiaccia l'individuo; anzi sconsiglia l'individuazione monoteistica. Greco sa bene che c'è una parte inconciliabile, inassimilabile.
Come ritrovare, allora, una coerenza?
Potrebbe anche bastare la "favola", il racconto del genere "Le Mille ed Una Notte", ma ciò non contenterebbe il nostro artista. Una realtà tanto diversa, là si fugge, essendo più prudente nasconderai, più che ad essa, a noi stessi, ed alle fantasie e nostalgie che è stata capace di suscitare in noi...
O, al contrario, se ne raccoglie la sfida, accertandone, anzitutto, gli interrogativi: in primis, quello relativo al senso possibile di ciò che è "altro" e quindi, incrina la nostra sicurezza per quanto residuale sia, o piuttosto, proprio perché appare ormai marginale.
La "fabula "orientale sebbene insidiata dalla globalizzazione in torma perversa rimane tale. Ci lancia richiami, alquanto insondabili ma da non ignorare. Antonino Greco li ha raccolti e qui li
propone fino a fonderli tutti cielo ed ambiente, sete e stracci in pozze tonde di ombra, simili a solchi di quella terra millenaria o, più acutamente, pari allo sguardo cupo e, tutto sommato, illeggibile
sue figure di donna alle prese con gli infiniti ruoli ad essa affida i: una tradizione pittoresca ma eccessiva.
Comunque, nella registrazione abbagliata di quel mondo, i sue: modesti personaggi si muovono "immersi" in esso. Il senso di questo inseguimento (da parte del pittore) della luce che viene dall'Oriente (in questo caso, parafrasando, ex extremo Oriente lux...), vuole significare che, per arduo che sia viverlo, tale mondo per ora consente un "avviluppamento", un coinvolgimento nella totalità millenaria che ancora vi resiste.
Ce lo chiariscono talune tele dalle interessanti peculiarità tecniche.
Si guardi alle “Raccoglitrici di riso", dove queste, traversano, con fluide movenze di danza, le piante da
cui sprigiona la luce, mentre tutta la scena incombe, come in altri exempla, un sole rosso arancio che pare davvero imprimere su tutto, (e proprio da dietro la tela di supporto alla rappresentazione), il suo vibratile sigillo. Tali effetti denotano un passaggio importante nel lavoro artistico di Greco. Infatti, se ci soffermiamo sulle "Battitrici di riso", vi rinveniremo taluni effetti coloristici ed una composizione dell'episodio, quali riportano alla mente talune "storiette" da predella di polittico ad opera di quelli che la storiografia artistica fino a Berenson chiamava "Primitivi".
Ora, in più recenti pitture il "Carro dei Bufali", la "Famiglia dei mendicanti con scimmietta " ed altre ancora la pennellata è veloce, l'una succedendosi all'altra con effetti, a guardare da presso, di
ruvido; effetti che, però, riescono a captare la luce, quella luce per forza tutta diversa dalla nostra. Luce dove i massimi scuri si combinano con i massimi chiari. Perciò con grandi campiture, ma tocchi di colore accostati, con sottesa irruenza, gli uni agli altri.
A soffermarvisi, vividi e pungenti hanno un che ipnotico che mette in fibrillazione (altro stimolante contrappunto) la sensibilità
dell'osservante, stimolandolo a cercare di capire più oltre...
E appunto la cornucopia dell'Oriente che, per Greco, ha cominciato a riversare sulle sue tele, i propri maliosi doni: emblematiche, le zingare che, nelle loro trasparenti vestimenta gialle, sembrano il calice rovesciato di un fiore del Rajisthan... Insomma, quanto lì per lì può apparire mat matto nel senso di
greve, esaminato nella sua intima tessitura, man mano sboccia e fiorisce sotto il nostro
sguardo.
E là, dove questo pittore intende condurci. Ma, sicuramente, è anzitutto l'effetto finale di quelle terre che, all'apparenza monotone, se riguardate o, meglio, partecipate con attenzione ed anche amore, pullulano di vita.
Che poi l'equilibrio umanistico, che una sensibilità moderna, propriamente antropologica, va cercando, vi possa difettare, è problema che gli uomini di buona volontà come il vostro
Antonio
Greco fanno bene a porre e riproporre.
L'India è grande, i suoi orizzonti schiaccianti, le sue notti insidiosamente fascinose, la sua fauna e la sua flora antiche come il mondo. Chissà cos'altro ancora Antonio Greco troverà da riportare indietro e raccontarci
Trecastagni, 25 agosto 1997
Paolo Niccolò Rossi
Critico d’arte fiorentino
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