La serata del 3 novembre

APPROFONDIMENTI

* Biografia

* Nota di Antonietta
a Barbera

* Nota di Mario Guzzardi

* Intervista
di Laura Rizzo

articolo apparso su Prospettive  4 giugno 1989
 

Gli ottant’anni di Antonio Corsaro
Poeta della fede
 

 

 

 

«Poeti vuol dire avere uno spirito, che può anche essere
lo Spirito Santo, che ti detta ciò che devi dire.
Vorrei essere ricordato come un uomo religioso»


 


Lunedì 5 giugno alle ore 19
nei locali del Gruppo Teatro
Nuovo di Valvente «Gli ottant'anni di Antonio Corsaro» saranno ricordati da Sebastiano Addamo, Manlio Sgalambro, Aurelio Rigoli e Fiore Torrisi. Brani scelti delle opere dell'autore saranno letti da Laura De Martinis e Gianni Salvo.
 
 
Padre Corsaro da 50 anni abita in via Giordano Bruno. nel cuore antico di Catania, al quinto piano di una vecchia casa che solo di recente è stata fornito di ascensore. Una casa vasta e piena di libri dove il poeta vive solitario un'esistenza ricca di fede, di amore e di passione per la vita. L'altro giorno siamo andati a trovarlo per raccogliere una testimonianza. Ecco l'intervista che proponiamo ai lettori di «Prospettive» per gli ottant'anni del poeta, dell'amico poeta che, come egli stesso dirà alla fine, vuole essere ricordato come un uomo re­ligioso.
 
 
Ottant'anni. Un traguardo invidiabile. Padre Corsaro, che cosa significano per lei questi 80 anni?
Non è facile rispondere... posso dirle però che a questa venerabile età il problema centrale è quello dell'avvenire. Un avvenire, beninteso, non come ricerca del successo ma come possibilità di avere ancora qualcosa da dire. In realtà, il passato per me non conta, non attira la mia attenzione come invece tutto ciò che è nuovo. I miei anni sono il futuro, non il passato.


 
Quando a Borges un ammiratore disse: «Possiate vivere mille anni», lo scrittore argentino rispose: «Attendo ansiosamente la morte». Qual è il suo rapporto con la morte?
Il mio rapporto con la morte, in un certo senso, può anche coincidere con la risposta di Borges, ma in un significato completamente diverso. Voglio dire che la mia attesa della morte, che può essere gioiosa, è quella di un uomo di fede. E quindi di una speranza che coincide con la verità in cui credo. La morte per me è l'apertura o la sorpresa di una vita nuova. Come diceva Baudelaire: andare verso l'ignoto per scoprire il nuovo.


 
Restiamo ancora a Borges. Quando gli chiesero se pensava al Paradiso come a una biblioteca egli rispose: «Quando ho raggiunto questa biblioteca ero diventato e cie­co». Lei come immagina il Pa­radiso?
Al di là di ogni immagine io credo che il Paradiso sia una infinita pace nella visione, che e una continua scoperta, dell'eterno di cui non so nulla.
 
 

Essere poeti è un destino o una ossessione?
È un destino, un'ossessione, una vocazione... è anche una voce del sangue. Mio padre, homo sanza lettere, era poeta. Ed io sono diventato poeta per virtù di sangue. Ma, al di là di questo, essere poeta significa essere chiamati a una follia, a una saggezza incredibile, spesso indecifrabile. lo credo che il poeta si esprima con parole che non sono sue, parole cioè che qualcuno gli suggerisce. lo le parole non le cerco, le trovo. Diversamente da Valéry, il quale sosteneva che la poesia è una costruzione, una sorta di fabbrica, io ritengo che essere poeti vuol dire avere uno spirito, che può anche essere lo Spirito Santo, che ti detta quello che tu devi essere. In questo senso il poeta diventa profeta perché parla con la voce di qualcun altro.
 
 

Il filosofo Hume diceva: «Quando ho provato a cercare me stesso, non ho mai trovato nessuno in ca­sa». Padre Corsaro, com’è la sua casa, abitata o disabitata?
lo posso dire soltanto che la mia casa è fatta di una sola camera, e che questa camera io la definisco oscura, segreta... e non so mai quel­lo che c'è! Al buio mi provo a cercare, a scoprire se c'è qualche co­sa, se c'è qualche presenza. Tutta­via credo di avere scoperto in questa camera oscura alcune presenze, ­ alcuni fantasmi, essenze. La mia camera oscura è comunque illuminata da una stella, da un sole invisi­bile che mi aiuta a non smarrirmi, a non restare anch'io, come la mia camera, oscuro e segreto.
 
 

Dall'alto della sua età, della sua lunga esperienza, come vede il mondo d'oggi?
Il mondo d'oggi lo vedo in maniera tragica. Ho l'impressione che il terzo millennio o avrà la forza, l'intelligenza, la volontà di mutare, di evolversi, di trasformarsi oppure è la fine. Comunque vadano le cose io credo che di tutto un mondo passato si avvicini il termine. Probabilmente, nel senso apo­calittico della parola, ci saranno nuove terre e nuovi cieli ma questo mondo che abbiamo visto, cono­sciuto e amato non ci sarà più. Insomma, lo vedo tragicamente il no­stro tempo.
 
 

Padre Corsaro, ha qualche rimpianto? 
E perché no! Ma non nel senso romantico della parola, e nemmeno in senso storico... ho dei rimpianti, come dire? atemporali. Quando leggo qualcosa che appartiene alle origini, al Medio Evo… quando mi trovo a scoprire un canto orfico, una visione dantesca, ecco, in quei momenti vorrei essere testimone di quei fatti, di quelle emozioni profonde. Ma, ripeto, sono rimpianti atemporali, fanno parte soltanto dell'immaginario.
 
 

Torniamo a Borges. Egli sostiene che occorre ricordate e occorre dimenticare. Perché una memoria infinita porta alla pazzia. Lei è d'accordo?
lo dico che non è possibile avere, già di per sé, una memoria sterminata. La natura la memoria l'ha fatta per poter dimenticare. Ci sono delle cose che cadono da sé, che la memoria cancella, respinge, e ci sono altre cose che la memoria conserva. Semmai è più importante sapere perché alcune cose la memoria esclude e altre invece rispetta. Forse non c'è una spiegazione, forse la spiegazione è in Dio. Ma qui, evidentemente entriamo in un atto di fede.
 
 

Forse in linea teorica ha ragione Borges: un uomo condannato a ri­cordare ogni istante della propria vita sarebbe fatalmente condanna­to alla follia. In linea pratica, cer­to, è un altro paio di maniche...
Francamente mi riesce difficile concepire una memoria infinita, quindi non capisco perché debba portare alla pazzia. Se io fossi progettato per una memoria infinita non capisco perché debba essere destinato alla pazzia. Anche perché, poi, della pazzia noi non abbiamo una conoscenza completa. Al limite, posso pensare alla pazzia come ad una visione superiore; una luce abbagliante, come ad una energia che sovverte ogni cosa e crea anche nuove idee, nuove immagini, nuove situazioni. La pazzia non è sol­tanto quella del manicomio la pazzia è anche quella del rivoluzionario.
Il rivoluzionario è lo scopritore di qualcosa che dà una spinta incredibile al cammino degli esseri umani.
 
 

Vorrei farle un'altra domanda complicata, alla quale personal­mente non saprei rispondere. Perché, accanto al sentimento ingannevole del suicidio, esiste la passione per la vita? Che cosa spinge l'uomo a questo amore struggente per la vita?
In realtà non è facile la risposta, e non so se qualcuno abbia mai saputo rispondere. Paul Valéry diceva che il suicidio consiste nel saltare uno scalino della scala della vita, ma non credo che questo spieghi molto. anche se ritengo  Valere un maestro. Vediamo. Se c'è il suicidio e nello stesso tempo un amore per la vita come fare a spiegare questa contraddizione? Mi pare poi che sia questo il senso vero domanda. Ora io credo che non ci sia contraddizione. In verità la vita ama se stessa, la vita vuole essere se stessa in tutti i casi: tanto in quello del suicidio quanto in quello della conservazione di se stessi. Anche il suicidio, in altre parole, è amore per la vita, amore travestito, incomprensibile spesso. L’unica verità, l'unica realtà che costruisce e amalgama ogni cosa è l'amore. Certo, nel suicidio l'amore viene tradito, ma sempre di amore si tratta. Soltanto con la parola amore si può spiegare questa volontà di vivere, questa volontà di potenza... perché la volontà di potenza di cui parlano i filosofi non è altro che una volontà di vivere…
 
 

Lei è un uomo coraggioso? A questa domanda uno scrittore di cui non ricordo il nome, rispose Certo che lo sono! Chiedetelo al mio dentista!». Padre Corsaro, debbo  farmi date l'indirizzo del suo dentista?
La battuta mi piace… A volte sono coraggioso, a volte no. Per esempio, io ho paura della corrente elettrica, mi terrorizza. Mentre non ho paura di prendere un aereo, di salire di notte su un ottovolante (l'ho anche fatto!), di andare solo per il mondo. Non ho paura dei ladri, dei miei fratelli selvaggi... non ho pau­ra nemmeno dell'ignoto, della morte. Quello che diceva Hobbes, «l'occupazione più importante della mia vita è stata la paura», io non posso dirlo. Probabilmente, l'occupazione più importante della mia vita è stata l'incoscienza.
 
 

Quali sono i libri che ama di più?
Beh, al di sopra di tutti i libri, se poi di libro si può parlare, il Vangelo. Poi I pensieri di Pascal, il filosofo che ha detto tutto. Oggi i libri che amo di più sono quelli di Samuel Beckett e di Georges Bernanos. I due poli opposti.
 
 

Chi preferisce degli scrittori sici­liani d'oggi?
Stefano D'Arrigo. E poi Vincenzo Consolo e Leonardo Sciascia... con grandi riserve per tutti e tre.
 
 

Lei si sente, a 80 anni, un uomo soddisfatto, pienamente realizzato?
Come si fa a dirlo! In certe cose sì, in tante altre no. Non posso rispondere… anche perché, nonostante i miei 80 anni, io ancora non mi conosco bene. In altre parole, non lo so!
 
 

Se potesse ricominciare. rifareb­be la stessa strada?
La rifarei, ma in un altro pianeta... voglio dire, in un altro spazio, come potrebbe essere l’India, la Cina... ma con le stesse cose, anche perché cambierebbero di colore, di luce, di odore. lo sono molto sensitivo e quindi amo, come Valéry amava l'odore di Genova, l’odore di Catania... a volte insopportabile.. Sì, mi piacerebbe rifare la stessa strada, ma con altri odori, altre sensazioni.
 
 

Abitare la propria terra è un privilegio o una dannazione?
Come problema di fondo nessuno può sfuggire alla propria anima geografica. Se poi questo spazio, questa geografia rappresenti una dannazione oppure un privilegio non è facile dire. Per quanto mi riguarda è stato un privilegio. A parte la bellezza dei luoghi la mia città, la mia terra mi ha consentito di conoscere me stesso.
 
 

Padre Corsaro come vorrebbe essere ricordato?
Mah! ... Vorrei essere ricordato come uno che ha avuto una vocazione, una vocazione religiosa. Tutto il resto, diceva Verlaine, è letteratura. Vorrei essere ricordato come un uomo religioso.

 

 Piero Isgrò
 

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