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APPROFONDIMENTI
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* Biografia
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* Nota di Mario Guzzardi
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* Intervista
di Laura Rizzo
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Antonio Corsaro
IL CORSARO BIANCO
di Maria
Antonietta La Barbera
La lettura della nota di Marco Scalabrino del 16.02 ha fatto
riemergere, in un balzo, felici anni della mia vita, durante
i quali ho avuto il privilegio di condividere tempo ed
attività con un uomo davvero speciale: don Antonio Corsaro.
Così lo ricordo.
Fu per
me un maestro, un allenatore. Un’enciclopedia sempre
aggiornata. Con disinvoltura passava da una penetrante
interpretazione dei fatti politici al resoconto di un
avvenimento sportivo, dalla scoperta delle singolari trovate
di un autore sconosciuto alle caratteristiche salutari di
un’erba o di un frutto. E tutto sempre soffuso da un
finissimo humour.
Era
della provincia di Catania, dove aveva studiato e insegnato,
da dove era tante volte partito e dove era sempre ritornato
per vivere e scrivere. Già, uno scrittore, un pensatore, un
poeta.
Con lui
non ti accorgevi dello scorrere del tempo né del luogo dove
ti trovavi. Era capace di trascinarti tra le pagine del suo
ultimo libro, letto o scritto, poco importa – comunicandoti
la voglia di leggerlo per saperne di più. Per sapere di più.
Era
qualcuno capace di accendere la voglia di un oltre, ma senza
mai fare dei discorsi cattedratici, senza aver mai l’aria di
insegnare qualcosa. Condivideva la gioia di conoscere, di
aver letto, di aver appreso. Nient’altro. Quasi sempre
appariva disattento e distaccato, ma si accorgeva di un
quadro fuori posto o di un’insalata colorata.
Dialogando con lui e leggendo i mille libri che ero quasi
costretta a leggere almeno per sapere di cosa parlasse, ho
conosciuto tanti mondi, ho dilatato i miei limitatissimi
orizzonti di studentessa, riuscendo poi a suscitare
l’interesse dei moltissimi giovani che ho incontrato nei
miei 35 anni d’insegnamento universitario.
Ricordo che quando m’indicò il titolo della tesi che avrei
dovuto elaborare ci trovavamo in macchina: mio marito alla
guida ed io nella parte posteriore. Non capii nulla di
quanto mi proponeva.
Molti dei termini che componevano il
titolo mi erano di difficile comprensione; la traccia poi,
nel suo insieme, del tutto inaccessibile. Le lacrime
scendevano giù abbondanti ed amare e, dopo quasi quarant’anni,
ne ricordo ancora il sapore. Lui continuava a parlare di
mille cose e non si era per nulla accorto del mio dramma;
forse non capiva che una ragazza di vent’anni, quale ero
allora, non poteva sapere ciò che lui sapeva né avere gli
strumenti critici per poter “leggere” in tutti gli ambiti. Forse era un suo limite non misurare le effettive
capacità di
chi gli stava di fronte, ma fu la mia grande fortuna. Ero
continuamente
sollecitata a superare la mia timidezza e la mia ignoranza,
volendogli
far credere di sapere e di capire cose di cui non conoscevo
neppure
il nome.
E fu così che alla fine del mio corso di studi
universitari. cominciai davvero a studiare, a conoscere, a crescere.
Imparai a
scrivere a macchina e a correggere le bozze, ad insegnare
lingua e a
partecipare ai Consigli di Facoltà. Ricordo la prima volta
che entrai
in una tipografia: non avevo mai visto quegli enormi
macchinari, le
montagne di carta e le pile di libri. Io ero rimasta in auto
ad aspettarlo
e lui mi sollecitò: «Venga, venga a vedere. Le sarà
certamente utile.
Tutto serve nella vita». I fotogrammi di quella prima visita
sono
rimasti intatti nella mia memoria, profezia delle tante
tipografie dove
avrei realizzato i miei numerosi lavori.
Superai il concorso con cui diventai ufficialmente la sua
assistente
e collaborai con lui per molti anni, sempre profondamente
affascinata
dalla sua passione per la scrittura, per la parola, per la
verità.
Non potevo non esserci quella mattina in chiesa, a
Camporotondo.
Dopo il funerale, un nipote mi accompagnò a visitare per
l’ultima
volta quella casa dove mi ero recata, soprattutto durante la
stesura
della mia tesi e dove, con quel singolare professore, avevo
trascorsotante ore parlando di poesia e facendo silenzio insieme.
Commozione intensa dinanzi a quel corsaro di terracotta
sulla porta,
che tante volte avevo osservato incuriosita, mentre, con le
mie incerte
pagine fra le mani, attendevo di incontrarlo con timore e
tremore.
Varcata la soglia, era immutato quello spazio pregno di
presenza e
di scrittura. Libri, riviste, quaderni e carpette
straboccanti di fogli
fino al tetto, in ogni stanza, ad eccezione della cucina.
Sul tavolo dello
studio un foglio bianco e di traverso la sua stilografica.
Avrei tanto
desiderato custodirla, conservarla tra i miei oggetti più
cari, un segno
amato, ma non osai chiederla a chi gentilmente mi
accompagnava.
Respirai per l’ultima volta quell’atmosfera, quel profumo di
libri,
d’inchiostro e di solitudine. Fui profondamente consapevole
che era
stato per me un dono grande avere incontrato quell’uomo. Se
qualcosa
di valido ho realizzato nel mio lavoro con i giovani in gran
parte
lo devo ai molti scrittori che mi ha fatto conoscere, ai
tanti libri che,
forse senza neppure rendersene conto, mi ha costretto a
leggere, a
quell’insaziabile voglia di sapere che scaturiva dal suo
vissuto, mescolato
alla quotidiana pratica della scrittura.
Ma la cosa più importante che ha fatto per me quel piccolo
grande
corsaro nero dai bianchi capelli lunghi e riccioluti, quel
“prete sciolto“,
come si denominava in un suo diario, è stata la fiducia che
ha riposto
in me, la quale, molto più di prediche elevate o di
sofisticati insegnamenti,
mi ha fatto crescere e mi ha aiutato ad essere me stessa.
Grazie, padre Corsaro.
* * *
Breve nota
Antonio Corsaro (1909-1995) nasce a Camporotondo Etneo il 5
novembre 1909 – l’anno in cui nascono Eugène Ionesco a
Slatina
(Bucarest) e Simone Weil a Parigi, due autori per i quali
don Antonio
nutrirà sempre un profondo interesse.
Trasferitosi con la famiglia a Buenos Aires quando aveva
undici
mesi, perde quasi subito il padre, che muore schiacciato
dalle ruote
di un tram. Ritornato in Italia, entra nel seminario di
Catania a dieci
anni. Ordinato sacerdote nel 1933, consegue la laurea presso
l’Università
Cattolica di Milano e s’inserisce nell’ambiente artistico,
partecipando
attivamente all’Ermetismo. Perfeziona i suoi studi nelle
università di Debrecen (Ungheria) e di Parigi. Già a partire
dal 1937
iniziano le sue prime collaborazioni a riviste letterarie e
artistiche:
sarà direttore di Art Club, Cammino, Incidenza e di numerose
altre
riviste sarà intelligente e fecondo collaboratore. Sempre
interessato
ai movimenti d’avanguardia darà vita al Verticalismo e,
negli ultimi
anni, a Universalismo.
Prete senza parrocchia, ha comunque insegnato da diverse
cattedre:
in seminario e nei licei di Catania e Perugia. A Palermo
poi,
presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Palermo, è
stato incaricato
per sette anni, a partire dal 1967, dell’insegnamento di
Letteratura
francese. Intimamente legato alla sua sciara assolata e
all’azzurro
siciliano, appassionato del patrimonio linguistico e
letterario
della sua terra, Antonio Corsaro è stato un uomo di grande
cultura e
pertanto mai chiuso in confini limitanti. Viaggia molto,
legge moltissimo
e scrive. Scrive poesia, sempre, con la profondità della sua
intelligenza
e l’armonia della sua ricca personalità artistica. I testi
da
Castello Marino (1941) alle ultime Quartine cloniche (1993)
mostrano
un itinerario poetico che si esprime in un linguaggio “fatto
di bagliori”
e di ermetiche oscurità: ombre luminose le sue quartine, che
traducono la maturità stilistica di chi ha sempre vissuto la
poesia.
Poesia come percorso conoscitivo, come profezia, come parola
di verità-
bellezza.
Nell’ampio prato delle Oche azzurre un frullio di parole, le suburre stellano l’Esquilino. Qual nepente ci salverà contro l’essere e il niente?
Ma oltre ai versi scrive anche saggi, monografie, pièces di
teatro,
testi di storia fra cui Il Real Collegio Capizzi di Bronte,
una delle sue
ultime opere. Critico letterario, spazia in campi diversi
con competenza
e originalità: Ritratto come quartina, Forma e immagine in
Villon,
Pascal e Proust, Il Nuovo teatro francese sono alcuni dei
titoli
della produzione relativa agli anni universitari
palermitani. Finissimo
conoscitore del patrimonio culturale francese, traduttore di
vari autori
fra cui Mallarmé, Péguy, Bernanos, Claudel, Antonio Corsaro
è
stato un critico capace di andare oltre il “testo”, proprio
per quello
sguardo profetico e poetico che lo caratterizzava.
Ma forse più che il numero dei testi scritti, più del numero
delle riviste
fondate, più della sua cultura, ciò che garantisce la sua
autentica
grandezza fu la semplicità, che contraddistingue i veri
sapienti, e la
serenità del suo imperturbabile sorriso che rivelava un uomo
distaccato
ma mai indifferente, di quel distacco proprio degli spiriti
grandi.
Onestà, lealtà, correttezza, senso di responsabilità, amore
alla vita
e alla verità sono, insieme alla passione per la Bellezza in
tutte le sue
forme, i valori che ha trasmesso e per cui continua ad
essere “presente
e vivo” nel cuore e nella mente di tutti coloro che hanno
avuto il
privilegio di conoscerlo e apprezzarlo.
«Che una voce risponda a un’altra voce; che gettando un
grido
nella valle si svegli l’eco, parola dello spazio; che
l’anima trasalga
– nella notte – se il silenzio è rotto dal colloquio di due
fantomatici
viandanti: è legge d’amore».
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