Angela Agnello
La bambina invisibile
Presso i locali del Museo Archeologico di Gela Sala "Eschilo" la
Fidapa di Gela, in collaborazione con
l'Associazione Akkuaria, è stato presentato il libro di poesie
di Angela Agnello "La bambina invisibile".
Erano presenti:
dott.ssa Angela Scandura, Presidente FIDAPA Gela
On.le Giuseppe Federico, Presidente della Provincia
Mariuccia Palumbo, Assessore alla Cultura Comune di Gela
dott. Angelo Fasulo, Sindaco di Gela
Arch. Salvatore Gueli, Direttore del Museo Archeologico di Gela
Luigi Casisi, Sindaco del Comune di Butera
Vera Ambra, Presidente Associazione Akkuaria
Sergio De Angelis, Delegato per la Regione Lazio Associazione
Akkuaria.
Ha relazionato la prof.ssa Silvana Cassarà
«Nell’invitarmi a presentare le sue poesie questa sera, Angela mi
ha chiesto che tutto fosse un gioco così come, a suo dire, per
lei è stato un gioco scrivere. Ma i suoi versi impegnano in un
non semplice lavoro tra le righe per cogliere il travaglio di
un’anima inquieta di quella “bimba invisibile” che, come tutti i
bimbi, simili alle onde del mare, non sanno star quieti.
Così mi sono accostata alla poesia di Angela con passi leggeri
per la complessità e la molteplicità degli stimoli offerti per
come variegata e non comune è la personalità di quella Angela
che ho incontrato in un momento della mia vita e che, da momento
lavorativo, si è trasformato in ben altro.
Mi ha subito presa per la sua unicità e nel propormi di parlare
de “La bimba invisibile”, sua opera prima di poesia e
sicuramente non ultima, mi ha posto dinanzi ad un arduo lavoro,
arduo per difficoltà di interpretare la poesia che è un fatto
talmente intimo, di “degustazione” senza il sommelier, che si
può condividere solo con l’anima. Anche la sola lettura dei
versi, per quanto alta ed ispirata, può indirizzare ad una
interpretazione personale che può non essere la “vera” lettura.
E Angela lo sa bene. Lo scrivere versi è il suo divertissement,
non nella pura accezione del termine, ma è il gioco di mettersi
in gioco e stare dall’alto a guardare.
“La bimba invisibile” è una raccolta di 36 canti (databili 2009)
senza titolo e già da questo subito si intuisce una scelta di
libertà, di coinvolgimento libero del lettore nel suo mondo da
parte di Angela senza inutili “suggerimenti”. Si è ,infatti,
liberi di entrare e passeggiare, come in un parco, sedendosi di
tanto in tanto su una panchina a riflettere.
Sono canti che si distinguono per la compostezza, la brevità, i
disegni nitidi, le immagini compiute e aliene da parnassiani
calligrafismi, il rifiuto di divagazioni, di vaghezze musicali,
di retoriche verbali.
Raccontano la storia di una donna, che è poi la storia
dell’universo-donna, sempre variegato, ricco di contraddizioni,
“dolcemente complicato” come canta la Mannoia, ma sempre in
movimento, in evoluzione. Un’evoluzione scandita da quello che è
il fisiologico maturarsi della vita di ciascuno nel tempo ( che
vedo come il liet motiv della silloge ), il cui scorrere il
poeta coglie ed interiorizza nella lacerante consapevolezza che
tutti i frammenti vissuti, belli o brutti che siano, sono unici
e irripetibili. Non voglia di fermare il tempo disperandosi per
la sua inarrestabilità ma accettazione, seppur a tratti
malinconica, del suo fluire. Dicevo malinconica perché il tempo
è visto come un “pazzo croupier”, con cui l’autrice gioca una
partita con regole dettate sul momento, si lascia ingannare ma
non domare; oppure come un aguzzino che svende “la tua immagine
al tramonto” con cui si permette di scherzare, facendosi portare
lontano e al sicuro di contro ad un vicino-presente che è più
incerto e forse doloroso. E’ un tempo non benigno che non
osserva benigno gli uomini, che “si prende gioco dell’uomo” ma
Angela lo lascia fare quasi guardando anche lui dall’alto della
sua esperienza di vita - forse di vite - anzi gli prepara
avversari degni, capaci di sfidarlo, lastrica la strada per
rallentare la sua corsa nella consapevolezza che è solo un
rallentamento non un arresto. Emblematici versi “Mi metto giù e
aspetto che il tempo passi / abbia cura di me/ senza far male”:
è lui il vincitore conclamato a cui Angela regala le battaglie
della vita che sono diventate sempre più stanche, le “lacere
bandiere” dell’indomito guerriero ma, mai doma, alla fine non
capirà “d’aver perso l’ultimo gettone”.
Ma il tempo è anche ricordo perché la vita non è solo quella che
si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per
raccontarla e Angela ha ricordi e voglie da cui non vuole
separarsi anzi li avvolge in preziosa seta.
La memoria dona riposo, il ricordo insieme ad altro ricordo
forma un “gomitolo variopinto” rispetto all’autunno del presente
e al metallico sferragliare del tram foriero di un’alba grigia .
E lei non vuole separarsi dai ricordi, da una voce che è un
sussurro forse perché “velocemente arriva il buio che ingoia
l’ultimo nascere e il primo morire”.
Sono versi forti questi come forte è tutto il canto di Angela
che sa guardarsi dentro, cogliere emozioni, momenti, fermarli
sulla carta senza apertamente dichiararli.
I 36 canti raccontano la storia di una donna che ama, sentimento
questo a volte dichiarato, a volte sotteso nella silloge, in cui
l’amore -parola però mai utilizzata- si potrebbe dire il
pensiero d’amore, è espresso con la delicatezza e l’estrema
sensibilità di chi è poeta che hai gli stessi occhi e lo stesso
cuore degli altri uomini ma vede e sente in modo diverso grazie
ad una lente speciale, l’anima. E’ il terzo occhio quello del
poeta e di Angela che sa cogliere e tradurre quello di cui altri
non s’avvedono e non sempre è un privilegio ma spesso sofferenza
e solitudine.
E scrivere è un bisogno dell’anima che può poltrire sonnolento o
essere ricacciato in un angolo polveroso perché qualcosa c’è
sempre da fare o perché domina il pudore, il pudore di
“mostrarsi”. Ma il vero poeta non può rimandare l’appuntamento
ed Angela l’ha fatto fermando sulla carta quel suo momento di
vita, lasciandomi “una manciata di petali e un vago sapore di
mandorle”, la leggerezza, il profumo e la fragilità dei petali e
quel senso di amarognolo dolce della mandorle.
Questi due versi possono connotare la silloge pervasa da
contrasti tra luci ed ombre, amore e morte, che denotano una
forte complessità del sentire. Momenti di abbandono e infinità
dolcezza “lascia che sia io a ballare stasera sul tuo cuore sul
tuo abito” o “quante luci questa notte” o ancora “sarai la
libertà di un frammento di luce che avrà dell’intero la bellezza
profonda e ti basterà per sempre” o “comincia a contare le
nuvole”. Ma anche momenti di tristezza e malinconia come quei
pipistrelli ciechi e veloci che con il loro nero volteggiare
spezzano il nero della tenebra; o quelle stelle che sono solo
orbe; o la voglia concitata di un sorriso che vive attraverso
gli occhi più volte definiti come “vetro azzurro”, glaciali; o
la sofferenza della vita che inizia con il primo respiro. Ma
anche tratti di arroganza, di deliri di onnipotenza, di
compiacimenti di vendetta, “ho ingannato l’ingannatrice che/non
perdonerà la mia arroganza”; o “le unghie scarlatte e
scheggiate” che graffiano cuscini di piume, di quella dark lady
in cui a volte Angela di traveste.
I petali e le mandorle appunto.
Ma su tutto domina il senso della misura che spinge a leggere
tra le righe, tra gli spazi bianchi dei silenzi, del non detto.
Angela protegge comunque la sua intimità da occhi indiscreti e
profani, “di carta vetrata fodererò l’esterno”.
I 36 canti sono un bilancio di vita che travalica però il
personale per rappresentarne l’essenza e il senso della vita
dell’uomo e non servono colori : nella tavolozza solo il nero
della notte e dei temporali, il grigio delle giornate (di certe
giornate ) ,qualche frammento di rosso e qualche raro ma
variopinto gomitolo di ricordi. Anche il paesaggio è bandito:
l’unico paesaggio è quello dell’anima.
I versi sono liberi e sciolti, una scelta per non essere
imbrigliata da regole che turbino in qualche modo il libero
sfogo dell’anima. Il linguaggio è intenso, fluido, scarno, privo
di ridondanze, parco di aggettivazioni, in cui l’uso di
enjambement, di ossimori, denotano abilità di scrittura sì da
consentire l’accelerazione o il rallentamento del ritmo. Il
gioco letterario, il gioco della bambina invisibile.
Ma chi è la bambina invisibile?
Naturalmente è Angela.
Ma qual è la sua parte invisibile? E’ quella che si nutre di
rimpianti, di false sicurezze, che trattiene lo slancio, che
“interrompe il filo dei pensieri / e lo riannoda esitando / un
attimo prima che sia giorno”? O è la bambola di pezza che come
una duchessa apre le mani su un mondo che non si avvede di lei?
O la bimba di stracci che tiene gli occhi aperti in piena notte
aspettando invano il giorno? O la donna che indossa la maschera
ogni giorno e vive attraverso il vetro azzurro degli occhi la
voglia di infinito e di un sorriso?
Poco importa.
E’ comunque e sempre Angela!»
Silvana Cassara
Una performance di Natalia Silvestro e Carlo Barbera, Compagnia
degli Attori, ha concluso splendidamente la serata.
angela agnello
Museo Archeologico di Gela Sala "Eschilo"
presentazione del libro di Angela Agnello
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