Geo Vasile
Ninfe&Kimere
di Gabriella
Rossitto
Potremmo cominciare col dire che la lettura
del volume Ninfe&Kimere non è facile, tutt’altro. Si
tratta di un percorso impegnativo, per le tematiche e per la
struttura, per il respiro di un tragitto che risulta spesso
accidentato. Eppure questo non è un limite perché, come accade
sovente con le opere poetiche, si rendono necessarie più
frequentazioni: leggere, ma poi rileggere e tornare a quei versi
che ancora sapranno rivelarci qualcosa di nuovo. Poesia dotta,
colta, quella di Geo Vasile, densa di rimandi e citazioni, che
riporta echi dalle Sacre Scritture e dal mito. Il mito,
soprattutto, come già il titolo ci induce a intuire, è
l’architettura portante di questa silloge. I nomi delle Ninfe
adombrano certamente quelli delle ragazze alle quali i versi
sono stati dedicati, fanciulle di campagna fino a un attimo
prima e poi perdute in un vicolo cieco da cui non si può più
evadere.
Tra le tematiche più rappresentate c’è il sesso
(o, come precisa l’autore stesso, l’erotismo): incontri
fortuiti, atti impuri, accoppiamenti di pura fisiologia, con il rito di apparente morte –in cui è facile ravvisare
l’orgasmo- e invece non si parla di amore e questo sì, ci manca.
Forse non è abbastanza, ma ci lasciamo sorprendere a tratti
dallo slancio di leggeri anelli d’anima, nonostante
incomba su tutto la squallida provincia universale,
emblema di miseria, degrado, perdizione, laddove Bucarest
diventa rappresentazione di qualsiasi grande città. Ma,
dicevamo, non c’è solo questo in Ninfe&KImere, tra Don
Chisciotte e Dulcinea, la Dorinda del Cavalier Guarini, la Bellezza di Baudelaire (“odio il movimento
che
sposta le linee e mai piango e mai rido”), tra
Foscolo e l’Ulisse di Dante,
Hölderlin e Courbet, André Gide con Orfeo ed
Euridice. Si potrebbe continuare, in un gioco di allusioni e
rimandi, a volte criptico, e che solo l’autore sarebbe in grado
di svelare (ma la poesia crediamo non vada mai spiegata del
tutto). Ciò che più sorprende, infatti, è la struttura circolare
del poema, l’onda spiraliforme di autocitazioni che rimanda a sé
in mille frammenti come in un gioco magico di specchi.
Magia senza tempo che è del mito, dunque, che
incarna passioni e deliri apparentemente degli dei, ma in fin
dei conti dell’uomo, mito preso a metafora dell’esistenza,
descritta senza reticenze o pudori. Uno sguardo disincantato che
non disdegna alcun aspetto della vita, che scruta e indaga senza
timore: l’erotismo, il degrado, la malattia, il disfacimento,
il senso della fine. Non ci sono aspetti di cui non sia lecito
parlare. E del resto sono convinta che solo il poeta può
permettersi di parlare di ogni cosa e come più gli aggrada.
Forse nella traduzione perdiamo la sonorità della lingua rumena,
forse ritmo e musicalità vengono asserviti al recupero di senso,
però la poesia di Vasile è ugualmente potente e vibrante,
scarnifica e rade al suolo, senza alcuna concessione. Non si
sfugge alla verità, come non si sfugge a se stessi.Occhieggia la
morte, con la sua falce gotica (p.103), ma c’è altrove un
Dio-padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo nel
segno del Perdono: conoscere te è ardore/la meta della vita è
avvicinart/iun pensiero alto quanto un/albero coglie il suono di
luce. Ma, se hai imbrattato le tue angeliche ali, le tue
bianche vele, se gli alberi della vita sono scortecciati,
se è rimasto solo il silenzio e ti è stata negata l’arca.../per
salvare te/da te stesso dobbiamo desumere che non c’è
speranza, che non esiste uno spiraglio di luce?Non è una poesia
rassicurante, quella di Vasile, non pacifica e non consola: è
piuttosto la voce del dubbio e dell’inquietudine, è
l’interrogarsi proprio dell’uomo e, nello specifico, del poeta.
Quale salvezza, allora, se si abbraccia l’assioma
che la “poesia non salva il mondo nè l’uomo”.
Eppure proprio la poesia può salvare il mondo e salvarci. E se
Vasile si chiede con
Hölderlin a cosa servano i poeti in tempi
impoveriti, ci fornisce anche la semplice risposta, proprio
perché il poeta esprime il sacro sulla terra“in assenza del
quale/la tenebra regnerà/da monarca/sull’anima dell’uomo”
e stolti saranno i tempi in cui la poesia non avrà casa.
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