occuparsi
di adozioni a distanza
di Vera Ambra
Le cose che il bambino ama
rimangono nel regno del cuore
fino alla vecchiaia.
La cosa più bella della vita
è che la nostra anima
rimanga ad aleggiare
nei luoghi dove una volta
giocavamo.
(Ritornar bambini di Kahlil Gibran)
Durante una piacevole permanenza a Catania Daniele Brinzaglia e
Fabio Bronzini mi avevano parlato a lungo della loro esperienza
di padri adottivi "a distanza". Da qui venne l'idea di
pubblicare parte della corrispondenza avvenuta con loro "figli
adottivi". Fin qui tutto bene, e pronti a realizzare l'opera che
si sarebbe dovuta chiamare "La tua mano il viso mio". Il
titolo era stato preso da un verso di una poesia di Daniele, in
cui aveva riversato - in poche righe - la profonda emozione del
primo incontro con questo bambino adottato a distanza. In breve
mi ritrovai catapultata nel mondo di Joko, e dei bambini
dell’istituto Asrama... ed era come se mi ritrovassi con tutti
loro a condividere quei momenti di serenità che sicuramente
servono a lenire le difficoltà di una quotidianità che dura
tutto l'anno... ma per tutti loro, Daniele e Fabio compresi, c'è
la promessa di un incontro che si ripete tutti gli anni. In
questo modo, attraverso le pagine di questo libro nascituro,
anch'io seguivo i progressi di Joko, (che oggi è diventato un
bel giovanottino!).
Ritornando al libro, una volta pronto, Daniele Brinzaglia -
mettendomi in croce - mi chiese di scrivere la prefazione...
altro che trauma del foglio bianco! La mia mente si era
totalmente azzerata. La mia preoccupazione era: "che cosa
scrivere?" Quando si hanno troppe cose da dire è difficile
concentrarle in poche righe... per me - che da una vita mi
occupo di infanzia abbandonata - era davvero dura affrontare
questo argomento senza lasciarmi prendere troppo la mano. A
tirarmi fuori dal momento di stasi in cui ero caduta, mi venne
in aiuto un'immagine ben precisa della mia infanzia.
Ero piccola, forse al di sotto degli otto anni, quando in una
stradina che univa due larghe vie della città in cui sono nata,
da lontano vidi una bambina, tra i due e i tre anni, seduta
proprio nel bel mezzo della via. Questo luogo, dove non
passavano auto, era il quartier generale per i giochi degli
abitanti minori della zona. Una volta si poteva giocare per
strada ed era molto bello!
Avvicinandomi in compagnia dell'amichetta del cuore mi accorsi
che piangeva disperata, e anche da molto tempo, a giudicare
dalle sue guanciotte arrossate e inondate di lacrime.
Dal suo naso colava un rigagnolo muco giallastro e la grossa
quantità le aveva ammorbato già tutta la faccina riducendola in
una maschera inguardabile. A dire il vero faceva molto schifo a
guardarla e poi, buttata per terra, era talmente sporca che
faceva ribrezzo anche a me, che ero abituata a sporcarmi
parecchio.
Mi abbassai per vedere da vicino che cosa le fosse accaduto.
Piangeva perché le si erano slacciate le scarpe. Non ci pensai
un attimo e glieli allacciai. Subitaneamente sbalordita la mia
amichetta mi guardò come se avessi fatto chissà quale brutta
azione e strattonandomi per il braccio mi invitò a lasciar
perdere subito quella bambina e di andare via.
In quel momento in me scattò qualcosa di strano. Qualcosa che mi
stava costringendo a riflettere e sapevo di dover fare nel minor
tempo possibile una scelta importante. Da una parte c’era la
possibilità di deludere fortemente la mia amichetta e dall’altra
quella di aiutare quella bimba a smettere di piangere.
In una percettibilissima frazione di secondi incrociai i loro
occhi, da una parte vidi uno sguardo indignato e dall’altra uno
disperato.
Visto che la bambina, apparentemente non si era fatta alcun
male, avrei potuto lasciarla lì a continuare a piangere e noi
due andarcene e proseguire i propositi di quella mattinata.
Tanto prima o poi qualche adulto si sarebbe accorto di lei.
Questo – su suggerimento della compagnetta – era quello che la
volontà altrui mi suggeriva di fare, ma non quello che la mia
coscienza aveva intenzione di farmi fare. Non era la prima volta
che davo retta al mio istinto che – ancora una volta - mi
costrinse a rimanere in quella posizione accovacciata, davanti
alla bimba in lacrime. Pesi dalla mia tasca il fazzoletto lindo
che mi aveva dato mia nonna prima di uscire, lo aprii e con due
dita glielo poggiai sul naso e stringendoli la invitai a
soffiarci dentro!
Era bastato poco, un piccolo gesto per toglierla dalla
disperazione, ma quel preciso istante era bastato a farmi
prendere una decisione da cui non sarei mai più tornata
indietro: “da grande” mi sarei occupata dei bambini in
difficoltà.
Grazie a Daniele Brinzaglia ho scoperto che proprio quella
bambina in difficoltà è riuscita a farmi diventare quel che oggi
sono e a trasmettere questa "passione" a mia figlia Carla, che
di sua spontanea volontà a scelto di diventare psicoterapeuta
dell'infanzia e dell'adolescenza.
Ci sono cose che dentro di noi diventano potentemente
deterrenti, cose che non capiamo ma di cui non possiamo fare a
meno di dare ascolto. Forse in quel momento si trattò di quella
forza che incita il naturale senso materno ad occuparsi dei
bambini... forse era qualcosa insito nella specie mammifera in
genere.
Con il crescere, l’esperienza della vita mi ha portato a
comprendere ancor meglio che il “senso materno” non è una
prerogativa del genere femminile e di ciò perfettamente me ne
resi conto il giorno in cui uno dei miei tanti gatti adottò in
piena regola una nidiata di cuccioli di cane che la madre – per
motivi ormonali – aveva abbandonato alla nascita.
In tutti questi anni sono stati i miei cani, gatti ed altri
animali ad insegnarmi che l’amore è anche un profondo senso di
solidarietà che supera ogni barriera.
Nel leggere le pagine di Daniele mi sono tornati in mente
proprio questi due episodi e immediatamente ho rivisto gli occhi
rasserenati della bimbetta e di quei cuccioli grati e contenti
di aver trovato un padre adottivo che fungeva anche da madre.
Ed ho ritrovato anche il momento in cui Carla, dopo aver fatto
la sua scelta, mi disse: “Mamma, i bambini bisogna aiutarli fin
quando sono piccoli, da grandi poi diventa difficile”.
Il piacere di sapersi rendere utile sopratutto alle creature
piccole e indifese, di qualsiasi razza o specie, rende a chi è
in grado di farlo una gioia senza precedenti e una felicità
senza pari.
Basta poco a far felici gli altri, basta dimostrare di saper
essere presenti nel momento in cui si ha bisogno di noi.
Sinceramente questo è stato lo spirito con cui mi sono ritrovata
a leggere queste pagine.
Alla fine ho provato una grande tenerezza nel comprendere il
mondo che Daniele ci offre in queste poche pagine e il modo di
come lui stesso si fosse rapportato con un bambino che abita e
vive da un’altra parte del pianeta. Un bambino che da sei anni a
questa parte incontra per un breve periodo tutti gli anni.
A dire il vero oggigiorno per molti è diventato quasi uno sport
nazionale occuparsi di adozioni a distanza: bastano pochi spicci
al mese per mantenere una creatura e sentirsi poi con la
coscienza a posto.
Ma per molti, e per fortuna, non è così. Adottare una qualsiasi
creatura, anche a distanza, è una responsabilità che si assume
nei suoi confronti e in quanto tale è un peso che deve farsi
sentire, altrimenti non ha nessun valore.
Date ben poco quando donate dalle vostre ricchezze. È donando
voi stessi che date veramente.. afferma Gibran, e Daniele ha
fatto suo questo insegnamento.
Attraverso queste pagine lui stesso ci spiega come si può
addentrare nella giungla dei sentimenti dove forti liane d’amore
s’intrecciano tra un ragazzino che vive in un orfanotrofio, un
uomo che segue la sua crescita a distanza, tutta una comunità
che ruota attorno a lui e ai bambini.
È con gli occhi di Daniele che ci si addentra in quella che è la
cultura e le tradizioni di un popolo e pagina dopo pagina
sentiamo che l’amore trasborda e come una misura colma ti sazia
e ti fa amare quei posti e tutti quei bambini che qui hanno
trovato una loro serenità e si avviano ad affrontare con
sicurezza la loro esistenza.
Non solo, ma a me ha fatto venire voglia di andarci io stessa
per assaporare con tutti loro quegli attimi di pura felicità,
che rende speciale ogni cosa.
Ma sicuramente ciò che più conta è la scoperta del “senso
materno” che si è stabilizzato nel cuore, nel cervello e nella
volontà di Daniele e la forza che lui prova è la stessa che
unisce un padre e un figlio che si sono adottati a vicenda.
Daniele - in questo modo – specchiandosi negli occhi di un
ragazzino, ha deciso di diventare quello che è... così come
accadde un giorno a me e non me ne sono mai pentita.
Possa la piccola delicata mano di un bimbo carezzare la faccia
dei potenti per mettere fine a tutto ciò che non porta da
nessuna parte.
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