Indonesia…
“La nostra Indonesia”
di Daniele Brinzaglia
In genere arriviamo a Jakarta quand’è già buio e in Indonesia,
inesorabilmente, si hanno dodici ore di luce e dodici ore di buio,
dodici mesi all’anno.
Dall’alto, mentre l’aereo si prepara all’atterraggio, appare la
distesa scomposta e disordinata di Jakarta, si intravedono i
labirinti dei vicoli tra le case dei kampung, in lontananza si
scorgono le luci dei grattacieli del centro, l’aereo vira, passa
sopra l’autostrada perennemente congestionata, i grandi proiettori
dell’aeroporto illuminano i tetti a pagoda dell’aerostazione.
L’aereo tocca terra, sfreccia sulla pista in frenata.
Jakarta Soekarno Hatta, appare la scritta.
Anche quest’anno siamo arrivati, siamo qua, emisfero australe, poco
sotto l’equatore, dodicimila chilometri da Roma. Eppure tutto ci è
familiare, in qualche modo ci sentiamo come quando si arriva in un
posto in cui si è sicuri, un posto in cui siamo di casa, dove
sappiamo muoverci, dove sappiamo come funzionano le cose.
Indonesia, la nostra Indonesia!
La fila per acquistare il visto di entrata, l’applicazione
dell’ennesimo visto sui nostri martoriati passaporti, poi la fila
per l’immigration, timbri e contro timbri, la grande sala del
ritiro bagagli, non vediamo l’ora di uscire.
Serpeggiando con le nostre valigie tra facchini che si offrono di
portare i nostri bagagli, procacciatori di alberghi, persone che ci
chiedono se abbiamo bisogno di un taxi, finalmente usciamo all’aria
aperta.
Una cortina di aria calda, umida, appiccicosa, pesante ci viene
addosso, quasi ci respinge dentro l’aeroporto.
Ecco l’Indonesia, la nostra Indonesia!
Eppure, come dicevo prima, ci sentiamo a casa.
Sappiamo che i nostri bambini sono là, a qualche centinaio di
chilometri, magari adesso saranno a studiare, come fanno ogni sera
dopo la cena e dopo la preghiera nella cappellina, oppure già sono a
letto.
È ora di affrontare Jakarta, questo grande durian,
dalla scorza ruvida e bitorzoluta, puzzolente, un odore
nauseabondo, a cui però ci si abitua, l’odore che ci fa dire:
“questo è l’odore delle città indonesiane, è l’odore del Kampung
Bali di Jakarta, o l’odore della Simpang Lima di Semarang”.
Non siamo
mai riusciti a mangiare il durian, eppure dicono che il suo sapore
sia speciale, un gusto dolce e intenso indescrivibile, dicono. Siamo
invece riusciti ad assaggiare Jakarta, tanto che siamo arrivati a
dire: amo questa città, un pomeriggio di pioggia, con il
traffico impazzito, e noi che a piedi, saltando tra un marciapiede
inesistente e l’altro, contendendo la strada ad auto, moto, becak,
cercavamo di raggiungere il Centro Commerciale di Sarinah.
Jakarta non
ha un centro, non ha una piazza principale, ha alcune grandi strade
che la attraversano, come autostrade, con degli svincoli.
A volte per
passare da una parte all’altra di una strada è necessario prendere
il taxi.
I luoghi di Jakarta sono i non-luoghi: la vita sociale si
svolge nei centri commerciali e sono i centri commerciali che sono i
punti di riferimento della città.
Soltanto dall’alto della finestra del nostro albergo possiamo capire
che dietro i grandi grattacieli delle banche, delle multinazionali,
degli alberghi, si estendono anche in centro quartieri di casette
basse, come baracche, con stradine sterrate, che si snodano senza
una logica, senza un disegno preciso.
Abbiamo attraversato qualche volta questi kampung di Jakarta, con il
taxi, per evitare gli ingorghi delle grandi arterie.
È davvero... quella è la vera Indonesia.
È la stessa vera Indonesia che troviamo quando a Semarang ci
spostiamo appena dallo sfavillio della Simpang Lima o quando a
Jogyakarta andiamo oltre il Malioboro e dietro al Kraton; la vera
Indonesia che troviamo a Bojonegoro, quando andiamo a trovare Rusita,
la bimba adottata a distanza dal mio amico Fabio, che troviamo nei
paesi e città che abbiamo percorso in auto, in lungo e largo, per
buona parte dell’isola di Java.
Forse è un paese poco conosciuto, qualcuno non sa neppure dove si
trova eppure è uno dei paesi più grandi del mondo, per l’esattezza
il quarto paese più popoloso della Terra, composto da 17000 isole,
tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, a cavallo dell’Equatore, e
quindi con un clima perennemente caldo, caratte-rizzato solo dal
ciclo monsonico con una stagione arida (musim kering) ed una
stagione piovosa (musim hujan).
L’Indonesia potrebbe essere un paese ricchissimo, per via delle sue
risorse naturali: petrolio, minerali, legno, riso e cereali.
Tuttavia ancora è un paese essenzialmente povero e le condizioni di
vita sono difficili per la maggior parte della popolazione, sia
nelle isole più sperdute sia nelle grandi città o nella megalopoli
di Jakarta.
La popolazione è costituita all’85% da musulmani, ma convivono più o
meno in pace anche un 9% di cristiani (cattolici e protestanti) più
minoranze induiste, soprattutto a Bali.
Oltre a queste divisioni, ci sono divisioni etniche, le lingue
parlate sono centinaia. La Repubblica Indonesiana si fonda quindi
sui concetti di unità nella diversità, ma a volte le tensioni
esplodono in violenze tremende, soprattutto tra gruppi religiosi più
radicali (ad esempio nella zona di Aceh nella grande isola di
Sumatra, nelle isole Molucche e a Timor).
In generale la popolazione è molto giovane, il tasso di crescita
demografico è altissimo e, nonostante le difficoltà e la povertà, la
globalizzazione fa sì che nelle grandi città i centri commerciali
vengano su come funghi, anche se le strutture sociali non sono
all’altezza di questo tipo di crescita.
L’Indonesia è un paese pieno di contraddizioni e Jakarta ne è
l’emblema: i modernissimi grattacieli sedi delle banche e delle
società multinazionali si ergono tra le distese dei kampung,
agglomerati di case basse, ammassate, senza strade, con servizi
igienici precari, con fogne a cielo aperto.
I becak (biciclette adattate per il trasporto di persone) o i bajai
(piccoli mezzi a motore, molto inquinanti e rumorosi) conten-dono le
ampie strade a otto corsie a lussuose auto giapponesi ed americane.
Semarang ha 1.400.000 abitanti circa ed è la quinta città
dell’Indonesia; situata nella provincia centrale dell’isola di Java
(Jawa Tengah) ha un grosso porto commerciale dal quale partono i
container pieni di mobili per l’Europa e di legno per gli altri
paesi dell’area, dove si fabbricano mobili (Cambogia, Vietnam,
Myanmar).
Simpang Lima è il cuore moderno della città, un’ampia piazza da cui
partono cinque strade, piena di alberghi e ricchi centri
commerciali. A poca distanza il vecchio centro coloniale della
città, con il Pasar Johar (il mercato), la stazione ferroviaria e le
strade che alla prima pioggia diventano dei grandi pantani. In un
sobborgo di Semarang c’è l’istituto dove vivono i “nostri bambini”,
ciascuno con una situazione difficile, o completamente soli, o con
famiglie che non riescono a mantenerli, oppure con piccoli handicap
fisici o mentali.
Dall’istituto dipende anche la piccola scuola elementare, molto
povera, ma dignitosa, frequentata sia dai bambini dell’istituto sia
da altri bambini poveri della zona. |